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Educazione finanziaria: il problema non è che i giovani non conoscono il denaro. È che gli adulti continuano a raccontarglielo male
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Educazione finanziaria: il problema non è che i giovani non conoscono il denaro. È che gli adulti continuano a raccontarglielo male

di Domenico Ioppolo*
30 giugno 2026, 09:43 Ultimo aggiornamento: 10:04

La ricerca presentata da Value Partners ci dice che solo un giovane su tre ha le competenze finanziarie di base necessarie per affrontare le scelte economiche della vita adulta

L'Italia continua a occupare le ultime posizioni nelle classifiche internazionali sull'educazione finanziaria. Il dato è noto, ma non per questo meno allarmante. Durante il convegno promosso nei giorni scorsi al Senato della Repubblica da Aief sul tema Educazione finanziaria e giovani, è stato ricordato come in questa classifica il nostro Paese si collochi solo al 38° posto, poco sopra lo Yemen e nettamente sotto la media Oecd.

La ricerca presentata da Value Partners ci dice che solo un giovane su tre ha le competenze finanziarie di base necessarie per affrontare le scelte economiche della vita adulta.

Di fronte a questi numeri, la reazione più immediata potrebbe essere semplicemente quella aumentare le ore di educazione finanziaria nelle scuole. Una scelta certamente necessaria, ma probabilmente insufficiente. Perché il problema non è soltanto educativo. È anzitutto culturale.

Il denaro occupa l'ultimo posto nella gerarchia dei valori della GenZ

Da anni Campus osserva centinaia di migliaia di studenti che partecipano ai Saloni dello Studente in tutta Italia. Le rilevazioni dell'Osservatorio realizzato insieme all'Università La Sapienza restituiscono un dato sorprendente: il denaro occupa l'ultimo posto nella gerarchia dei valori della GenZ, scelto da appena il 6% dei ragazzi, mentre correttezza, onestà e coerenza superano il 90%.

Sarebbe un errore leggere questo dato come disinteresse o irresponsabilità. Al contrario. I giovani non rifiutano il denaro, rifiutano il significato che la nostra cultura continua ad attribuirgli.

L'Italia, più di altri Paesi occidentali, conserva una visione quasi ottocentesca della ricchezza. Il denaro viene ancora percepito come patrimonio da accumulare, simbolo di potere, misura del successo personale. È, in fondo, la "roba" di Verga: qualcosa che si possiede e si difende.

Ma questa idea appartiene a un mondo che non esiste più.

Per una generazione cresciuta nell'incertezza, nella mobilità, nella frammentazione delle carriere e nella trasformazione continua delle competenze, il denaro non può più rappresentare un punto di arrivo, deve diventare uno strumento. Uno strumento per acquistare libertà, tempo, formazione, salute, esperienze, possibilità di scelta. È questa la vera rivoluzione culturale che dobbiamo compiere.

Comprendere un mutuo o pianificare un investimento

L'educazione finanziaria non dovrebbe insegnare soltanto a leggere un estratto conto, comprendere un mutuo o pianificare un investimento. Dovrebbe insegnare che può supportare economicamente la loro libertà personale, che i dati ci dicono essere il vero obiettivo di vita della GenZ. Dovrebbe mostrare come il capitale non sia semplicemente ricchezza accumulata, ma capacità di progettare il futuro. Lo stesso vale per il lavoro.

Anche qui continuiamo a utilizzare categorie del Novecento per interpretare una generazione che vive già nel XXI secolo. Per molti adulti il lavoro rimane un tempo separato dal resto della vita, scandito da orari rigidi e da una sequenza lineare di studio, carriera e pensione. I ragazzi, invece, pensano in termini di integrazione; lavoro, relazioni, formazione permanente, creatività e qualità della vita non sono compartimenti stagni, ma dimensioni che si intrecciano continuamente. Non è un caso che una delle espressioni più ricorrenti nel linguaggio pubblico rivolto ai giovani sia il celebre «andate a lavorare».

Una frase che, al di là delle intenzioni, tradisce un'idea del lavoro come punizione, come dovere imposto, quasi come rinuncia alla felicità. Se questo è il racconto che offriamo, non possiamo sorprenderci se i ragazzi cercano altrove i propri modelli. L'introduzione dell'educazione finanziaria nelle 33 ore di Educazione civica rappresenta un passo importante. Ma non sarà una manciata di lezioni a cambiare il rapporto degli italiani con il denaro. Occorre prima cambiare il linguaggio. Perché ogni educazione è innanzitutto una narrazione, una narrazione che negli ultimi anni si è arricchita di nuovi linguaggi come quelli dell’AI.

Finché continueremo a parlare del denaro come fine e non come mezzo, della ricchezza come accumulazione e non come possibilità, del lavoro come sacrificio e non come realizzazione, nessun programma scolastico potrà davvero colmare il divario che separa l'Italia dalle economie più mature. L'educazione finanziaria comincia certamente nelle aule scolastiche. Ma nasce molto prima: nelle parole che le famiglie utilizzano ogni giorno per raccontare ai propri figli che cosa significhi costruire una buona vita. (riproduzione riservata)

* Ad di Campus



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