Oggi vedremo gli sviluppi del caso Rai, se i presidenti di Camera e Senato chiederanno ai dimissionari nuove designazioni per la Commissione di Vigilanza, con la minoranza che già ha anticipato una risposta negativa, mentre giudica inadeguata la riforma dell’emittente pubblica proposta dalla maggioranza, e in discussione al Senato, con una normativa che dovrebbe dare attuazione all’europeo Media Freedom Act.
L’indipendenza della governance della Rai e la fissazione di rigorosi criteri per le candidature di alle cariche societarie costituiscono gli aspetti cruciali della riforma fin qui non adeguatamente affrontati. È, questa, l’area nella quale si afferma e prospera la lottizzazione partitica. Resta il fatto che si pensa comunque di attuare una mini-riforma, una specie di manutenzione istituzionale, piuttosto che una sostanziale rivisitazione che, invece, si imporrebbe. Si dovrebbe, allora, ritornare all’ipotesi dell’istituzione di una Fondazione al vertice della piramide che nominerebbe il consiglio di amministrazione.
Quis custodiet Ipsos custodes? Chi formerà gli organi della Fondazione? Si dovrebbe prevedere una disciplina identica a quella della elezione dei giudici della Corte costituzionali. A sua volta, come accennato, la Fondazione, sulla base di rigorosi criteri di competenza, capacità, esperienza, idoneità, onorabilità, autonomia intellettuale e prevenzione dei conflitti di interesse, nominerebbe i componenti del Consiglio. Sarebbe una vera affermazione dell’indipendenza dell’ente e dell’autonomia intellettuale di chi vi lavora. Abbiamo ricordato altre volte che un tempo si sarebbe voluto fare la Rai come la Banca d’Italia, ma le conseguenti azioni sono andate in senso opposto.
Ora, però, è arrivato il momento, non solo per i vincoli comunitari, di una organica revisione. Una governance autorevole, selezionata secondo principi costituzionali, è anche un fattore di prestigio e di concorrenza. È, questa, la sfida che dovrebbe essere lanciata, piuttosto che sperare di vivacchiare, con meri adattamenti e ritocchi, mantenendo le tradizionali quote di potere esercitato con spartizioni ed equilibrismi tra formazioni politiche.
Alla fine, se si imboccherà la via dei semplici aggiustamenti normativi, si constaterà che saranno rimasti i problemi denunciati a proposito dell’autonomia istituzionale, dell’efficienza, della qualità, della doverosa valorizzazione di un organico in grado di cimentarsi con più avanzati confronti. E si starà a parlarne daccapo perché quella compiuta non sarà stata una vera riforma. (riproduzione riservata)