L’operazione Gardant-DoValue apre le grandi manovre nel mondo dei servicer di crediti deteriorati. Dopo l’annuncio dato venerdì 7 giugno dai due operatori, il mercato si aspetta altri deal nella seconda metà dell’anno.
In particolare gli occhi sono puntati su Prelios, il gruppo presieduto da Fabrizio Palenzona e guidato da Riccardo Serrini per cui da oltre un anno c'è alla finestra Ion.
Il gruppo anglo-americano fondato da Andrea Pignataro è in attesa del responso della Banca d’Italia che in questi mesi sta esaminando i numeri e le strategie del potenziale compratore, che ha già raggiunto un accordo con il fondo DK per rilevare il servicer.
In attesa di conoscere l’esito della partita, attraverso dati pubblici e riservati MF-Milano Finanza ha potuto ricostruire la struttura finanziaria di Ion, dallo stato patrimoniale al conto economico. Una ragnatela complessa sia per la dimensione internazionale del business che per l'assenza di un bilancio consolidato che ne sintetizzi le principali grandezze economiche.
La pista principale per fare luce sulla galassia di Pignataro sono i bond, che rappresentano la principale fonte di finanziamento e un indicatore dello stato di solvibilità delle principali controllate. In base ai dati di Bloomberg, tra il 2028 e il 2030 sono in scadenza obbligazioni per un ammontare di 6,3 miliardi di euro (anche se alcune emissioni sono denominate in dollari) su un indebitamento complessivo di circa 11 miliardi.
Gli emittenti sono alcune delle società operative del gruppo, come Ion Trading Technologies (830 milioni con scadenza nel 2028), Ion Corporates (oltre 1,5 miliardi), Ion Analytics (quasi 1,9 miliardi) e l’italiana Cedacri, l’azienda parmigiana comprata negli anni scorsi nell’ambito di una delle prime incursioni sul mercato italiano (oltre 2 miliardi).
La prassi operativa di Ion è quella di rifinanziarsi sul mercato anno per anno, come accaduto in alcune recenti operazioni. A fine aprile per esempio la controllata Ion Corporates (affiancata dal veicolo Helios Software Holdings) ha emesso due tranche di senior secured notes con scadenza al 2029, di cui una da 467 milioni denominata in dollari con un rendimento del 8,75% e una da 280 milioni denominata in euro al 7,88%.
I proventi dell'offerta «saranno utilizzati per ripagare parzialmente gli importi utilizzati nell'ambito di term loan esistenti, per il pagamento delle commissioni e delle spese sostenute in relazione all'offerta e come liquidità in bilancio per scopi aziendali generali», ha spiegato l’emittente in una nota.
Nelle settimane seguenti si è mossa Ion Trading Technologies annunciando un'emissione di titoli senior garantiti dall’importo nominale complessivo di 400 milioni di dollari. Anche in quel caso tre sono stati gli impieghi dei proventi dell’emissione: «ripagare parzialmente gli importi utilizzati nell'ambito di term loan esistenti», pagare le «commissioni e delle spese sostenute in relazione all'offerta» e «liquidità in bilancio per scopi aziendali generali».
Investitori istituzionali principalmente americani i cui nomi ricorrono nella maggior parte delle emissioni arrivate sul mercato negli ultimi anni. L’elenco è lungo e, secondo quanto ricostruito, comprende fondi di private equity come Carlyle, Bain, InvestCorp, Kkr, Oaktree, Cvc, Permira e Tpg e asset manager come Invesco, Blackrock e Fidelity. Tra gli altri ci sono i nomi di Blackstone, Barings, Hps, Ares, Man GLG, Tpg, Neuberger Berman, Apollo, Axa, Swiss Life, Rothschild & Co., Bridgepoint, New York Life, Alliance Bernstein, Wells Fargo, Ontario Teachers Partners, Mufg, Goldman Sachs, State of Wisconsin Investment, Eqt, Angelo Gordon, Sixth Street, Owl Rock, BNY Mellon e Muzinich & Co.
Considerando sia i bond che i prestiti, il costo medio ponderato dell’esposizione di Ion oggi si aggira intorno all’8%. Il che significa che, nonostante gli importi elevati in termini assoluti, gli investitori stanno chiedendo rendimenti in linea a quelli espressi dai leveraged buy-out nel settore software. La ragione va ricercata nel fatto che, a fronte della consistente esposizione debitoria, oggi il gruppo di Pignataro può comunque contare su 2,1 miliardi di ebitda (il cash flow è di 2 miliardi) e quindi esprime un multiplo debito/ebitda di 5,2 volte.
L’Italia è da diversi anni ormai uno dei fulcri della strategia di Ion. Lo dimostra il fatto che alle attività tricolori fanno riferimento ebitda e cash flow complessivi di 450 milioni su 2,4 miliardi di debiti.
Il gruppo infatti ha messo sul piatto circa 4,7 miliardi per una campagna acquisti che ha messo nel mirino prima Cedacri (servizi di outsourcing per il settore bancario) poi Cerved (credit information e credit management) quindi List (software per il settore finanziario). Senza dimenticare l’ingresso nell’azionariato di Illimity, la banca digitale di Corrado Passera (9,99%), e del Montepaschi nel corso dell’ultimo aumento di capitale da 2,5 miliardi (2%) e l’intervento nella Cassa di risparmio di Volterra.
In Italia la strategia è quella che Pignataro ha attuato anche in altri mercati: acquistare grandi aziende, che sembrano già in crescita e profittevoli ma che possono essere migliorate con un rinnovamento e liberando possibilità di crescita.
Ion ha insomma delle similitudini con i fondi di private equity ma non agisce come un private equity: il gruppo opera direttamente e non cede attività, non ha mai venduto nulla tranne un'azienda in passato.
I risultati sembrano dare ragione a questa strategia. Cedacri per esempio ha aumentato l’ebitda del 211%, passando dai 90 milioni del 2020 ai 190 milioni del 2023 e quest’anno vuole raggiungere la soglia dei 220 milioni. Anche il total contract value è cresciuto del 313% da 670 milioni a oltre 2,1 miliardi di euro, mentre la strategia prevede investimenti da 170 milioni fino al 2028 (+90%).
Nelle intenzioni di Pignataro il prossimo passo di questa strategia dovrebbe essere l’acquisto di Prelios. La società specializzata nella gestione di asset alternativi, nel servicing e nei servizi immobiliari specializzati è stata comprata da 1,35 miliardi dal fondo di private equity Davidson Kempner con linee di credito per circa 600 milioni.
A fine febbraio il governo ha rilasciato l’autorizzazione Golden Power ma, appunto, manca ancora all’appello il via libera della Banca d’Italia.
Sempre in tema di Golden Power, il Tar del Lazio che deciso che Cedacri non potrà utilizzare i proventi di un bond emesso a maggio dello scorso anno per pagare dividendi. Il giudice ha così respinto la richiesta con cui la società si era opposta al decreto del consiglio dei ministri. (riproduzione riservata)