Il Parlamento vuole risposte da Alphabet in merito a questioni sulla privacy relative a Gmail, il popolare servizio di posta elettronica offerto dal gruppo. In una lettera firmata dal presidente della Commissione per il Commercio del Senato, il repubblicano del South Dakota John Thune, e da due presidenti di sottocommissioni, si richiede a Larry Page, amministratore delegato di Alphabet, di spiegare la pratica - rivelata la scorsa settimana dal Wall Street Journal - di consentire agli sviluppatori di app di terze parti di passare in rassegna i contenuti della posta elettronica per scopi commerciali.
Si esprime preoccupazione per il fatto che la maggior parte dei consumatori non comprenda come gli sviluppatori possano utilizzare i dati delle email, «concedendo ai propri dipendenti l’accesso a email personali», riporta il documento. I senatori hanno aggiunto che Google potrebbe non fare abbastanza per salvaguardare i dati di Gmail e hanno chiesto all’azienda di esporre nel dettaglio tutte le circostanze in cui gli sviluppatori hanno condiviso dati di Gmail con terze parti. Nonostante Big G abbia abbandonato un anno fa la prassi di setacciare i contenuti delle email a scopo pubblicitario, continua a permettere a centinaia di sviluppatori esterni di esplorare le caselle di posta degli utenti Gmail che si sono registrati a servizi basati su email. Questi servizi sfruttano comunemente app e offerte gratuite per agganciare gli utenti e indurli a concedere l’accesso alle proprie caselle di posta senza specificare chiaramente quali dati raccolgano e per quali scopi, hanno riferito al Wsj dipendenti attuali e passati di queste società.
«Garantire la privacy e la sicurezza dei dati dei nostri utenti è di importanza capitale», ha detto una portavoce di Google. «Siamo impazienti di rispondere alle domande della commissione». La lettera dei senatori fornisce un’ulteriore prova del fatto che i leader del Congresso stiano prendendo in considerazione la scrittura di un regime in risposta alla dilagante polemica sulla privacy. I timori sono legati anche a recenti rivelazioni che le informazioni sugli utenti Facebook sono state condivise con Cambridge Analytica, un’azienda di analisi dei dati che aveva legami con la campagna presidenziale di Donald Trump. Martedì scorso, l’ente di tutela per la privacy del Regno Unito, l’Information Commissioner’s Office, ha dichiarato l’intenzione di imporre al noto social una multa di 500 mila sterline in merito alla gestione di tale questione. La multa, il massimo importo previsto dall’agenzia britannica, rappresenterà la prima sanzione finanziaria ai danni del colosso fondato da Mark Zuckerberg circa l’episodio che ormai da mesi scuote l’azienda.
«Come abbiamo detto in precedenza, avremmo dovuto fare di più per indagare su Cambridge Analytica», ha affermato il chief privacy officer, Erin Egan, aggiungendo che il gruppo sta esaminando il rapporto e presto risponderà. Stando a una portavoce di Cambridge Analytica, la società non avrebbe utilizzato i dati Facebook raccolti da un docente di psicologia dell’Università di Cambridge durante le elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016. L’azienda ha aggiunto di avere cancellato tutti i dati ricevuti dalla società del professore non appena è risultato chiaro che erano state perpetrate delle violazioni alle politiche di Facebook. La polemica si sta ora diffondendo al di là del più famoso social network del mondo. Una commissione della Camera ha distintamente inviato lettere ad Alphabet e ad Apple, chiedendo informazioni su una serie di pratiche sulla privacy, incluso l’affare Gmail.
Peraltro, la lettera a Page riporta anche che recenti rapporti indicano che il sistema operativo per smartphone Android raccolga numerosi dati sulla posizione dell’utente e li riferisca a Google anche quando i servizi di localizzazione sono disabilitati. Uno dei firmatari, il presidente della sottocommissione Jerry Moran, ha già fatto sapere che sta vagliando l’idea di unirsi al senatore democratico del Connecticut Richard Blumenthal per redigere un disegno di legge bipartisan in materia di privacy online. La lettera di martedì avverte anche che la commissione del Senato sta valutando la potenziale redazione di una direttiva.
