L’ennesima tragedia per cause naturali si è consumata negli scorsi giorni a Ischia. Il poeta Dante definiva l’Italia “il Bel Paese” per la sua attrattività paesaggistica, ambientale e ricchezza culturale. Un fazzoletto di terra rispetto alle grandi estensioni americane, asiatiche ed europee continentali, meraviglioso e suggestivo proprio per la biodiversità, la ricchezza paesaggistica e la bellezza naturale; purtroppo un territorio fragile, a forte esposizione verso fattori di rischio naturali.
Le criticità idrogeologiche
Come riportato dal Cresme, il 10% del territorio presenta elevate criticità idrogeologiche, con impatto nell’89% dei Comuni, rilevante rischio sismico per il 38% di questi e per il 50% del territorio nel suo complesso (XXXII Rapporto congiunturale del Cresme, anno 2022). Al netto dei limiti morfologici, di un’estensione complessiva di 300.000 km quadrati solo il 50% dovrebbe essere edificabile e in questa porzione si concentra invece la densità abitativa, produttiva, industriale, agricola e infrastrutturale di un sistema Paese con 60 milioni di abitanti (200 abitanti per kmq).
Un patrimonio obsoleto
Il nostro patrimonio costruito è oggi obsoleto (il 55% di quello residenziale è stato realizzato prima del 1970, il 28,4% tra il 1971 e il 1990, le nuove abitazioni dal 2000 in poi rappresentano meno del 10% del totale), con una produzione passata da 200.000 edifici all’anno negli anni Sessanta e Settanta, a meno di 29.000 nuove costruzioni tra il 2001 e il 2018; anche il sistema infrastrutturale soggiace alla stessa obsolescenza, basti pensare allo stato manutentivo delle infrastrutture viarie trasportistiche (con la tragedia del ponte Morandi tra tutte), alla edilizia pubblica scolastica, abitativa e alle infrastrutture sportive (con Roma e Milano che non riescono a costruire nuovi stadi moderni); altrettanto sconfortante lo stato delle infrastrutture relative a reti e sistemi energetici, idrici o alla infrastrutturazione sanitaria che combina eccellenze indiscutibili con carenze insostenibili.
La spesa per investimenti in infrastrutture da anni è in diminuzione
La spesa annua per investimenti in infrastrutture tra il 2003 e il 2009 è stata di 40,3 miliardi di euro all’anno, mentre tra il 2010 e il 2018 si è ridotta a 28,3 miliardi di euro all’anno. Il tempo medio di realizzazione di un’opera pubblica risulta pari a 4,5 anni, ma raggiunge i 15,7 anni per opere e progetti di importo superiore ai 100 milioni di euro, con una fase di progettazione compresa tra 2 e 6 anni e intervalli di “attraversamento”, tempi che intercorrono tra la fine di una fase procedurale e l’avvio di quella successiva per attività autorizzative, pari al 50% dell’intero ciclo di realizzazione.
Fragilità, obsolescenza, carenza nella dotazione infrastrutturale dovrebbero rappresentare condizioni di stimolo per l’approvazione di piani di investimento e di rinnovamento, di bonifica e manutenzione, con un effetto straordinario sulla crescita del pil nazionale, dell’occupazione e della qualità del nostro ambiente. Purtroppo invece assistiamo a movimenti - ideologici, con riflessi politici - sempre più ostativi verso seri interventi sul territorio.
Troppi vincoli fanno male
Il divieto tout court di consumo di suolo, i fenomeni NIMBY, i vincoli paesaggistici, urbanistici, artistici e ambientali sono legittimi se ancorati a una sana e corretta tutela della collettività, mentre spesso scadono a difesa di posizioni individuali pretestuose o opportunistiche, contrarie a un serio e dimostrabile interesse comune. L’Italia annovera il maggior numero di siti naturali e di siti edificati al mondo censiti dall’Unesco (58) quale patrimonio dell’umanità. Il principio di preservazione del patrimonio artistico culturale e di tutela paesaggistica è imprescindibile e prezioso, ma è necessario scongiurare il diffondersi di facili interpretazioni soggettive, o ancor peggio normative, per cui un immobile vecchio di oltre 50 anni rappresenti condizione automatica per essere classificato come patrimonio storico da sottoporre a vincoli amministrativi irremovibili, che impediscono la sostituzione edilizia e il rinnovamento.
L’esempio dell’imperatore Adriano
Al contrario è proprio una seria, lungimirante e intellettualmente onesta politica attiva dell’ambiente e del territorio che permette lo smantellamento di vecchi manufatti e la realizzazione di nuovi edificati rispettosi del futuro delle prossime generazioni. È proprio una seria competenza e capacità amministrativa pubblica che permette di mappare e aggiornare la cartografia di rischio idrogeologico e sismico del Paese e di rimediare, anche con strumenti coercitivi, a errori e negligenze del passato, spesso oggetto di irresponsabili condoni edilizi.
L’imperatore Adriano governava le popolazioni italiche attraverso un sistema amministrativo basato su 13 regioni, senza la necessità di 8.000 Comuni, 20 Regioni di cui 5 a Statuto speciale, 11 Aree metropolitane e una infinità di enti intermedi, sussidiari e o sovraordinati.
Proteggere e prendersi cura con competenza del nostro territorio è la sfida ambientale che determinerà il nostro futuro. (riproduzione riservata)
*autore del libro “Real Estate Infrastructure Made in Italy”, edito nel 2022 da Egea. Docente universitario ed esperto di infrastrutture e real estate, è dal 2016 presidente di Sogemi, la società che gestisce il Mercato Agroalimentare di Milano.