Qualche anno fa, ben prima della pandemia, un economista piuttosto esperto di distruzione creatrice e di concorrenza si interrogava su come comportarsi con le imprese «obsolete», quelle che oggi chiameremmo imprese zombie. Optando per una strategia che evitasse uscite dal mercato traumatiche e suggerendo, invece, un «orderly retreat» (Joseph Schumpeter, Can Capitalism Survive?, 1942). La recente crisi, se mai ce ne fosse stato bisogno, ha enfatizzato che se si «vuole bene» al processo competitivo non si può eludere il problema posto da Schumpeter. Pena, la difficile praticabilità (o perché iniqua o perché bloccata) e la condanna delle riforme pro-concorrenziali allo stato di mero auspicio, di «prediche inutili». Per tornare a crescere, infatti, la concorrenza lungi dall’essere un lusso per tempi migliori, è una necessità. La concorrenza è preziosa proprio per colmare quel divario di produttività che ci allontana dal resto dell’Unione Europea e che le conseguenze della pandemia rischiano di accrescere. Un divario che si spiega non solo con il basso livello di investimenti e innovazione, con le carenze che caratterizzano il quadro istituzionale o amministrativo o con i tempi della giustizia civile, ma anche con il deficit di concorrenza che si registra soprattutto nel comparto dei servizi caratterizzato dalla eccessiva presenza di imprese sottodimensionate.
L’introduzione della concorrenza, tuttavia, non significa solo rimuovere le barriere all’ingresso ma anche eliminare le barriere all’uscita. È vero, infatti, che nei settori dove le barriere all’uscita sono più contenute la produttività cresce. Ma è vero anche che, se nel medio lungo termine la concorrenza può creare più posti di lavoro e una crescita più inclusiva, nel breve termine l’impatto dei miglioramenti di produttività può avere un effetto negativo sull’occupazione. La promozione e la tutela della concorrenza, soprattutto nelle fasi di crisi, richiedono dunque che si affronti la delicata questione delle imprese improduttive, delle imprese in difficoltà già prima della pandemia, e ci si ponga il problema di come superare le resistenze alla loro uscita dal mercato. In questa prospettiva, nella transizione, politica della concorrenza e politiche del lavoro non possono che essere complementari e sinergiche. Le protezioni dei lavoratori e della dignità del lavoro non devono tradursi in protezioni dalla concorrenza ma per la concorrenza. C’è pertanto un assoluto bisogno di politiche pubbliche che accompagnino la transizione verso una concorrenza «sostenibile» (che non significa un’applicazione della disciplina antitrust più indulgente): un profondo adeguamento del sistema degli ammortizzatori sociali, politiche attive del lavoro, riqualificazione e formazione continua dei lavoratori e una normativa della crisi di impresa più sensibile ai principi della concorrenza. Più in generale, e soprattutto durante una recessione, per coglier a pieno i frutti di una più ampia diffusione della concorrenza, c’è bisogno di un mutamento culturale, di un cambio di approccio nei confronti di coloro che nella «gara» concorrenziale «perdono» (non dimentichiamo che la concorrenza è un processo che presuppone vincenti e perdenti). Qualche spunto interessante si può rubare dal bel libro di Michael J. Sandel, The Tiranny of Merits. Anche quando si riesce a garantire parità di opportunità a tutti (e sappiamo come sia complicato), anche quando vengono meno le ragioni per potersi lamentare di un ingiusto insuccesso, i soggetti che escono sconfitti dal confronto concorrenziale (in particolare, i lavoratori) dovrebbero essere messi in condizione di non sentirsi esclusi e devono poter continuare a essere parte di un progetto comune, condurre una vita decorosa e aspirare a un lavoro dignitoso. Solo così la disciplina antitrust potrà essere applicata con il necessario rigore, le barriere all’uscita potranno essere rimosse e la produttività potrà crescere senza che si diffonda un sentimento ostile verso la concorrenza e si corrano i rischi di una deriva populista. Solo così, tra l’altro, si potrà salvaguardare la propensione al rischio che è l’ingrediente essenziale di un processo concorrenziale dinamico.
Per uscire dalla crisi, dunque, c’è senz’altro bisogno della concorrenza ma la concorrenza ha bisogno di intervento dello Stato. Di uno Stato che crei le condizioni di lungo periodo perché il mercato possa dare il meglio di sé e ad esso si affianchi per tutti quegli obiettivi per i quali il mercato da solo fisiologicamente non è sufficiente. Nel momento in cui l’intervento pubblico necessariamente dovrà passare dalla logica dell’emergenza (blocco dei licenziamenti, sostegni generalizzati) al ritorno alla «normalità» vanno visti con favore i propositi di riforma degli ammortizzatori sociali, e delle politiche attive per il lavoro. Propositi che, se realizzati, potranno essere una buona notizia anche per la concorrenza.
*Tratto da La sfida della normalità. Concorrenza e intervento pubblico nel post-Covid. È possibile andare oltre l’intreccio tra monopolio e assistenzialismo?