Nella sua ultima relazione alla Camera dei Deputati il 14 aprile scorso il presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm), Roberto Rustichelli, ha tracciato un bilancio di fine mandato offrendo una lettura dei cambiamenti intervenuti negli ultimi sette anni.
Nel solo 2025 l’Agcm ha inflitto sanzioni per un totale di 1,4 miliardi di euro. Un dato che si inserisce in un contesto segnato nel corso del settennato da pandemia, crisi geopolitiche e tensioni commerciali, in cui competitività e sicurezza non viaggiano più su binari separati, ma si influenzano a vicenda.
In questo scenario il settore digitale rappresenta il terreno più avanzato (e controverso) su cui si gioca la partita della concorrenza. Le piattaforme digitali non sono più semplici intermediari ma vere e proprie infrastrutture economiche e sociali, capaci di incidere sui flussi di dati, sui comportamenti di consumo e accesso ai mercati.
È qui che l’azione dell’Agcm si è concentrata maggiormente. Nel 2025 diversi interventi hanno riguardato i grandi ecosistemi digitali. La sanzione di circa 100 milioni ad Apple ha colpito le restrizioni imposte agli sviluppatori di app sulla gestione dei dati degli utenti. Parallelamente il caso Meta-Siae ha posto il tema della trasparenza nelle negoziazioni sui contenuti musicali con effetti sulla presenza delle opere italiane su Facebook e Instagram.
Un ulteriore intervento ha riguardato WhatsApp per evitare che limitazioni di accesso potessero penalizzare nuovi operatori nei servizi chatbot di intelligenza artificiale. Questi tre procedimenti suggeriscono un punto rilevante: la concorrenza nel digitale non riguarda solo prezzi o quote di mercato ma l’accesso alle infrastrutture immateriali (dati, algoritmi, piattaforme) che di fatto determinano chi può innovare e competere.
Il tema dei dati personali emerge come centrale. Gli utenti «pagano» servizi gratuiti cedendo informazioni, spesso senza piena consapevolezza. L’Agcm, che ora attende la nomina del nuovo presidente, è intervenuta in più occasioni con l’obiettivo di riequilibrare questo rapporto promuovendo maggiore trasparenza e limitando pratiche legate ad «asimmetrie informative e pregiudizi comportamentali».
Non meno rilevante è l’attenzione agli algoritmi, che possono orientare le scelte dei consumatori, soprattutto dei più giovani, attraverso «sistemi di raccomandazione» non sempre trasparenti.
L’intervento dell’Agcm si è esteso anche al commercio elettronico e all’influencer marketing, settori in cui la distinzione tra contenuto e pubblicità si fa sempre più sfumata. Recensioni, follower e sponsorizzazioni possono diventare strumenti di influenza e manipolazione, se non adeguatamente regolati. Guardando al futuro, l’Agcm si confronta con sfide ancora più complesse. L’intelligenza artificiale e il quantum computing aprono scenari inediti, in cui il confine tra innovazione e rischio competitivo appare sempre più sottile.
C’è però un elemento che merita una riflessione ulteriore. L’approccio seguito dall’Agcm è orientato a bilanciare esigenze di innovazione e tutela della concorrenza. Resta tuttavia aperta una questione: quanto possono incidere gli interventi nazionali sui mercati dominati dalle grandi piattaforme globali?
Tali interventi, pur inseriti nel contesto europeo rafforzato dal Digital Markets Act, potrebbero non produrre effetti strutturali sufficienti nei mercati digitali globali. Rustichelli ha ribadito che la concorrenza resta un pilastro fondamentale anche nell’economia digitale. Rimane aperto il tema di come coniugare nelle politiche pubbliche regole, innovazione e sovranità digitale.
Non è in gioco soltanto il funzionamento dei mercati, ma anche chi ne definisce le condizioni di accesso, in un rapporto non sempre stabile tra istituzioni pubbliche e grandi piattaforme. Un equilibrio che, oggi più che mai, resta aperto e tutt’altro che acquisito. (riproduzione riservata)
*avvocato e membro del cda Rai