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Diamo ai giovani  una parte dei fondi del NextGen Eu
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Diamo ai giovani una parte dei fondi del NextGen Eu

MF - Numero 057 pag. 16 del 23/03/2021

Tutti sono in attesa di leggere il programma del governo Draghi su indirizzi e modalità di utilizzo del Next Generation Fund. Il presidente del Consiglio ha più volte detto che bisogna finanziare, anche senza paura di indebitarsi, gli investimenti che producono davvero sviluppo. E’ universalmente noto che i soldi spesi per la formazione universitaria, tra tutte le categorie di investimenti leciti, dagli studi economici e dalle esperienze dirette, è quello con i ritorni più elevati. Ritorni diffusi sulla società e ben noti a chi, nella propria vita, tali investimenti ha sostenuto. Certo, all’Italia servono anche infrastrutture fisiche e digitali, per la sanità e per nuove aule scolastiche: ma se non cresce il capitale umano di qualità, il resto, per quanto utile, è meno efficace. In Italia scarseggiano i laureati; non necessariamente devono essere tutti ingegneri o matematici, ma per creare sviluppo devono essere formati per confrontarsi con problemi complessi e avere sistemi di competenze coerenti con lo scenario presente e futuro, in cui scienza e tecnologia sono determinanti. Questa formazione costa, per ogni studente, decine se non centinaia di migliaia di euro, per l’istruzione universitaria base e superiore, di cui c’è bisogno. Centomila euro non sono una cifra di cui una famiglia italiana, con un reddito medio di 30-35 mila euro l’anno, può disporre tanto facilmente. Nemmeno in questi periodi in cui tanti risparmi restano immobilizzati, sul solito mattone o sui conti correnti. Per convincere la famiglie ad avere meno case e più lauree, servono educazione e comunicazione, che hanno efficacia nel lungo termine; ma il resto del mondo corre già, mentre il tempo per l’Italia scarseggia. Bisogna allora parlare direttamente ai giovani e dare loro una spinta concreta, allocando cifre rilevanti a sistemi di borse di studio, da erogare per i percorsi universitari. Si troveranno le forme più efficaci: dai prestiti d’onore, al dovere civico di non rivendersi subito all’estero la formazione pagata dall’Italia, così come chi sceglie la carriera militare e studia nelle varie Accademie, mantenuto dallo Stato, divenuto ufficiale ha l’obbligo di prestare servizio per un certo numero di anni, variabili a seconda dell’Arma e della durata dei corsi di laurea, si tratti di un ufficiale medico o di chi riceve il brevetto di pilota di aereo. Ma anche senza l’inquadramento militare, tanti più saranno i giovani riconoscenti per il sostegno ricevuto direttamente dallo Stato per una formazione di qualità, tanto più sarà il beneficio per il sistema Paese. Mario Draghi e il team di ministri competenti Bianchi, Brunetta, Cingolani, Colao, che si sono formati con studi superiori e sacrifici personali, lo sanno benissimo. E lo sa bene anche il neo segretario Pd Enrico Letta, che all’università di Science-Po a Parigi ha avuto molti studenti brillanti, che si sono indebitati personalmente, non potendo le loro famiglie sostenere i costi di un master prestigioso. E lo sanno anche esponenti di spicco di altri partiti. Questi giovani sono il capitale umano della nazione: se ben sostenuti e formati, saranno manager, imprenditori o civil servant competenti e di alto livello per il loro Paese. Francia, Inghilterra e Germania sono superiori come sistema anche perché sanno coltivare i giovani migliori, nelle loro Grandes Ecoles, University e Polytechnic, in cui si entra per concorso e meriti. Ma bisogna sostenere direttamente i giovani che li frequentano, non solo costruire muri di nuove aule e laboratori, mettendo o lasciando poi in cattedra dinastie di baroni. Cinquanta o centomila euro cadauno, per formare altri 40 mila o 20 mila giovani super laureati, equivalgono a 2 miliardi di euro; è l’1% dei fondi del Next Gen Ue. E non è una spesa, parola che molti politici usano con facilità, ma un investimento, probabilmente il migliore che oggi si possa fare. (riproduzione riservata)



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