L’impossibilità di beneficiare di alcuni importanti vantaggi fiscali per la mancata uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo e la necessità di fare fronte immediatamente alle ricadute della crisi energetica puntellando famiglie e imprese: è molto stretta la via al cospetto del governo Meloni dopo che il deficit italiano nel 2025 si è assestato al 3,07% con conseguente arrotondamento di Eurostat al 3,1% (oltre la fatidica soglia del 3%), un livello che non permette di anticipare a quest’anno lo stop alla procedura.
Tre sarebbero le strade percorribili per l’esecutivo: recuperare subito una mini-dote finanziaria per tamponare gli effetti dell’emergenza energetica agendo esclusivamente su tagli di spesa in attesa che si sblocchi la trattativa con Bruxelles sulla sospensione del Patto di stabilità; operare in tempi brevi un primo scostamento di bilancio per finanziare una nuova proroga del taglio delle accise sui carburanti, che scade il 1° maggio, o altre misure urgenti; concentrare il confronto in sede Ue sull’immediata attivazione della national escape clause, che non richiederebbe l’interruzione delle regole europee ma l’utilizzo di spazi di flessibilità (a patto che resti preservata la sostenibilità del debito pubblico a medio termine) per circostanze eccezionali, come appunto la crisi sul versante energetico scaturita dal conflitto in corso in Medio Oriente e da quello russo-ucraino.
Il nuovo quadro di governance economica dell’Ue, operativo dal 30 aprile 2024 dopo la rivisitazione del Patto, per uscire dalla procedura impone, tra l’altro, di assicurare che il tasso di crescita nominale della spesa netta non superi l’1,6% nel 2026. Sono anche previste sanzioni per gli inadempienti, fin qui per altro mai scattate, per un importo che può raggiungere lo 0,05% del pil. Essendo ancora in procedura per disavanzo eccessivo l’Italia non potrebbe ricorrere a nuovo deficit e per questo motivo non potrebbe neppure accedere alla clausola nazionale di salvaguardia per scorporare dal calcolo del disavanzo le spese indirizzate alla difesa (oltre 12 miliardi), già utilizzata da diversi Stati membri. Alla luce di questi vincoli, il governo potrebbe recuperare le risorse necessarie per gli interventi più urgenti solo facendo leva su tagli di spesa o anche su nuove entrate fiscali. Sul tavolo c’è però anche l’opzione dello scostamento di bilancio unilaterale, ovvero non all’interno della cornice del Patto di stabilità come invece era accaduto negli anni del Covid. In questo caso lo scostamento potrebbe essere contenuto (non più dello 0,2-0,3% del pil) per ridurre al minimo il rischio di una risposta negativa dei mercati finanziari che il Paese non si può permettere con un debito pubblico al 138,6% del pil (138,5% nel 2027 e 137,9% nel 2028).
Lo scostamento potrebbe tradursi in una sorta di anticipo in attesa che la trattativa Ue sfoci in una sospensione del Patto o che, come auspica qualcuno nella maggioranza, venga magari attivato l’articolo 26 del regolamento Ue 2024/1263, ovvero la cosiddetta national escape clause. (riproduzione riservata)
*giornalista esperto
di materie parlamentari