I dazi del 15% su gran parte delle esportazioni europee verso gli Stati Uniti sono stati presentati come un compromesso. Per Gabriel Debach, market analyst di eToro, invece si tratta di una resa strategica per evitare un’escalation al 30% o al 50%. «Non un passo avanti, ma un passo indietro più piccolo del previsto. Le eccezioni su alcuni settori: l’esclusione dei farmaci, il mantenimento dei dazi su acciaio e alluminio al 50% non cambiano l’impianto generale: l’Europa ha accettato una penalizzazione strutturale in cambio di stabilità», spiega l’esperto di eToro.
E i 600 miliardi di dollari in investimenti promessi dagli europei e i 150 miliardi in acquisti di energia e armamenti statunitensi non sono uno stimolo alla cooperazione: «Sono una tassa d’accesso. Trump ha ottenuto qualcosa che nessuno prima era riuscito a imporre: un impegno di spesa e di presenza industriale europea negli Usa non condizionato da contropartite tariffarie ma da minacce di escalation. Il commercio come leva geopolitica, non come strumento di cooperazione», osserva Debach.
Secondo Greg Fuzesi, economista di JP Morgan, sicuramente l’accordo evita che l’Ue venga isolata rispetto ad altri Paesi, prevenendo uno svantaggio competitivo per gli esportatori europei negli Usa; l’incertezza scema, il che è fondamentale, dato che gli effetti legati al sentiment possono essere maggiori di quelli diretti; la crescita dell’area euro ha retto meglio del previsto, nonostante gli aumenti delle tariffe già avvenuti a marzo/aprile e il forte apprezzamento dell’euro.
I dazi potrebbero inizialmente comprimere i margini di profitto degli esportatori Ue verso gli Usa, ma nel tempo il peso potrebbe ricadere sugli importatori/clienti americani - sostiene l’analista di Jp Morgan – mentre i volumi delle esportazioni Ue potrebbero calare solo se la domanda Usa si indebolisse o se i produttori americani aumentassero l’offerta interna. Per questi motivi, Fuzesi non modifica le sue previsioni. Continua ad aspettarsi un rallentamento contenuto della crescita nella seconda metà del 2025.
Spetta ora alle imprese europee non farsi spaventare dal nuovo quadro, ma anzi sfruttare il vantaggio competitivo dato da queste differenze di trattamento tra prodotti europei e quelli di molti altri Paesi, in primis la Cina – aggiunge Fabrizio Pagani, Partner Vitale & Co., già Capo Segreteria Tecnica Mef e Sherpa G20: «Il sistema economico europeo deve continuare a investire in innovazione, spingere i prodotti verso fasce di maggior valore aggiunto, rafforzare il mercato interno e diversificare sui mercati di sbocco. Su questo terreno», suggerisce Pagani, «gli imprenditori italiani, abituati a competere in settori premium e a reinventarsi nei momenti di crisi, dispongono di esperienza e capacità uniche».
L’accordo copre molti dei settori sensibili ai dazi, ma rimangono ambiguità su parte del settore tecnologico (semiconduttori) e sanitario/farmaceutico europeo. Questi continuano a essere soggetti a rischi politici legati a prezzi, tassazione e indagini in Usa sulla sicurezza nazionale secondo la Sezione 232, che potrebbero portare a dazi o ad altri rimedi. Gli esperti si attendono novità imminenti su questi settori man mano che le indagini si concluderanno.
Lo scenario di base della Bce ipotizzava dazi del 10%. Non è scontato, secondo Mark Wall, chief economist di Deutsche Bank, che Francoforte giudichi l’accordo con dazi al 15% un costo diretto molto più elevato. Certo, potrebbe esserci una certa incertezza sul costo legato all’impegno sugli investimenti. Ma se l’incertezza sulla politica commerciale si dissolverà, l’ostacolo a ulteriori tagli dei tassi dovrebbe aumentare, soprattutto alla luce dell'inaspettata posizione da falco adottata dalla presidente Christine Lagarde la scorsa settimana.
Wall rivedrà le sue previsioni macroeconomiche e per la Bce nei prossimi giorni, man mano che assimilerà maggiori informazioni sull’accordo commerciale. Considerando che si prevede un’inflazione inferiore al target del 2% nel 2026, per l’economista esistono ancora rischi che l’Eurotower debba tagliare nuovamente i tassi per motivi di gestione del rischio: un ulteriore apprezzamento dell’euro potrebbe accentuare il mancato raggiungimento dell’obiettivo di inflazione. Tuttavia, salvo nuovi shock o sorprese, l’attuale tasso del 2% sembra sempre più rappresentare il tasso terminale in questo ciclo di allentamento.
Ma la politica è una cosa. I mercati, un’altra. La reazione dei listini europei è netta: gli indici salgono, guidati dai settori più sensibili al commercio con gli Stati Uniti: auto, semiconduttori ma anche banche. «Una risposta che riflette l’allentamento del rischio sistemico su crescita e commercio e la rinnovata solidità degli scambi transatlantici», afferma Debach, osservando, però, che la difesa è stata la più penalizzata: Leonardo -2,8% in chiusura di seduta, Thales -4,3% e Rheinmetall -3,4%. «L’impegno europeo ad acquistare armamenti americani per 150 miliardi di dollari viene interpretato come un freno alla competitività dell’industria continentale», spiega Debach.
Anche per Reinhard Cluse, economista di Ubs, pur riducendo l’incertezza e il rischio di un’escalation, l’accordo sancisce un peggioramento significativo delle condizioni di esportazione delle aziende europee verso gli Usa. «Stimiamo che le esportazioni Ue verso gli Usa affronteranno ora una tariffa media ponderata del 15,2%. Sebbene la nostra stima sia soggetta a una certa incertezza, è chiaro che la nuova tariffa è decisamente più alta rispetto all’attuale 1,5% in vigore prima del 2 aprile. Finora, il nostro scenario di base assumeva una tariffa media ponderata dell’11%, pertanto la tariffa del 15% è peggiore delle nostre previsioni», dichiara Cluse, precisando che «secondo nostri studi precedenti, tariffe statunitensi del 10%, 20% o 30% ridurrebbero la crescita dell’Eurozona rispettivamente di 0,2, 0,4 e 0,6 punti percentuali su base cumulata in quattro trimestri. Tuttavia, il rischio è orientato al ribasso a causa degli effetti negativi sulla fiducia di famiglie e imprese».
Lato mercati, gli investitori potrebbero temporaneamente acquistare azioni grazie alla riduzione del premio per il rischio politico e commerciale (come accaduto con l’accordo con il Giappone), ma per Cluse l’annuncio di un accordo con tariffe al 15% accentuerà ulteriormente la divergenza tra beni/esportatori e fornitori di servizi/domestici. «Avvicinandoci a una ripresa della crescita nel 2026, continuiamo a favorire le banche europee, i beni strumentali come le costruzioni, le telecomunicazioni e le utility, mentre siamo meno favorevoli ai beni di consumo di base, alla sanità, ad alcune parti del settore dei consumi discrezionali e all’energia».
Guardando ai titoli sensibili ai dazi, gli aggiustamenti alle previsioni sugli utili prima di questo accordo erano stati modesti. L’economista di Ubs aveva già osservato alcuni downgrade in molti settori esportatori di beni, più che altro a causa dell’apprezzamento dell’euro e non tanto per una minor domanda o per il rischio dazi.
Con questo accordo, «ci aspettiamo una nuova ondata di revisioni negative degli utili che porterà le previsioni sulla crescita degli utili europei a 12 mesi al di sotto dello zero (attualmente sono intorno allo zero, ndr): ogni 10% di dazi comporta una riduzione di circa il 5% degli utili delle società dell’indice Stoxx Europe 600», avverte l’esperto di Ubs.
Sofferente pure il settore auto (Stellantis -2,7% in chiusura di seduta, Renault -0,7%, Bmw -3,2%, Mercedes -3,1%, Volkswagen -3,6% e Porsche -2%) anche se l’accordo con un’aliquota al 15% per l’import di auto dall’Europa è migliorativo rispetto al livello precedente del 27,5% (2,5% originario più l’aumento del 25% introdotto lo scorso aprile). A livello settoriale continueranno a pesare i dazi su acciaio e alluminio al 50%, che imporranno modifiche alla supply chain per molti produttori di auto e aumenti dei costi di produzione.
La notizia per Equita non rappresenta una sorpresa assoluta in quanto il 15% è stato recentemente concordato per l’import di auto dal Giappone e il giorno dell’annuncio i titoli del settore auto erano già rimbalzati a elevata singola cifra, inducendo a pensare che fosse quello il livello da applicare anche alle altre aree geografiche.
«L’esposizione diretta all’import in Usa dall’Europa per le società incluse nella nostra copertura è limitata: mediamente small single digit con la sola eccezione di Ferrari (-0,4% in chiusura, ndr) che comunque ha dimostrato di essere resiliente con l’immediata implementazione di aumenti di prezzo. La notizia è positiva per i produttori di componenti per auto esposti ai produttori di auto tedesche, per esempio Brembo (+0,9%, ndr) che sono i maggiori beneficiari», precisa Equita.
Per Mediobanca Research la notizia è positiva soprattutto per i produttori tedeschi. «Tra le società che copriamo, Porsche, coperta con un rating underperform, che non ha capacità produttiva negli Stati Uniti e che registra un 28% dei volumi nell’area Nafta, è quella che dovrebbe beneficiare maggiormente della riduzione dei dazi. Ma anche Ferrari, coperta con un rating neutral, Pirelli, con un rating outperform, Comer, Cnh e Brembo, tutte coperte con un rating neutral, come effetto indiretto secondario dovrebbero trarre vantaggio dall’aliquota ridotta al 15%», sostiene la banca d’affari, ramentando che tutte le aziende sopra menzionate pubblicheranno i risultati del secondo trimestre 2025 questa settimana. «Ci aspettiamo che l’impatto delle tariffe venga commentato durante le conference call».
Di maggior rilievo saranno le decisioni sui dazi Usa verso Messico e Canada che allo stato attuale sono al 25%, sebbene l’impatto sia alleviato tramite crediti fiscali per due anni per chi assembla negli Stati Uniti e usi componentistica made in Usa. «Nel caso i dazi venissero ridotti al 15% anche per questi Paesi riteniamo che il principale beneficiario sia Stellantis in quanto l’impatto negativo di 1-1,5 miliardi a livello di ebit adjusted stimato dalla società per il 2025 riteniamo possa ridursi di almeno un terzo», valuta Equita. «Per gli altri produttori di componenti all’interno della nostra copertura, a parte Eurogroup Laminations, l’impatto diretto sarebbe minore in quanto in buona parte rientrano nelle esenzioni Usmca o comunque, finora hanno dichiarato di non essere esposte a maggiori pressioni da parte dei clienti».
Infine, un occhio al cambio euro/dollaro sceso dal massimo intraday di 1,1829 toccato all’inizio di luglio. Nel complesso, per Mufg Bank «l’intesa è una buona notizia dal punto di vista dei mercati finanziari, poiché riduce ulteriormente l’incertezza in vista del 1° agosto, una data che ora sembra poco significativa. Come ha sottolineato Ursula von der Leyen, questo accordo copre un volume di scambi pari a 1.700 miliardi di dollari all’anno, coinvolgendo 800 milioni di persone e il 44% del pil globale. Anche se i produttori automobilistici tedeschi potrebbero non essere particolarmente soddisfatti dell’intesa, e servono ancora maggiori dettagli sull’accesso degli Usa al mercato Ue, per il momento la chiarezza sarà accolta positivamente».
L’euro/dollaro è salito in apertura di seduta fino a sfiorare 1,1780, ma ha successivamente perso tutti i guadagni ed è scivolato sul finale dell’1,14% a 1,1592. «Questo movimento riflette probabilmente un sentiment più generale positivo verso il dollaro statunitense, che si stava rafforzando verso la fine della scorsa settimana e che potrebbe proseguire anche questa settimana, grazie all’ottimismo degli investitori sull’economia americana», sottolinea Mufg Bank.
Anche le posizioni del mercato rendono più difficile ulteriori guadagni: due settimane fa, le posizioni long in euro dei fondi speculativi avevano raggiunto il livello più alto dal 2018. Queste posizioni sono state parzialmente ridotte dopo i dati macro pubblicati venerdì scorso. Ci sono state anche notizie positive separate riguardo alle relazioni commerciali Usa-Cina. I negoziatori commerciali di entrambi i Paesi si incontrano oggi, 28 luglio, in Svezia e Scott Bessent, il Segretario del Tesoro Usa, ha indicato che l’obiettivo sarà estendere l’attuale status oltre la scadenza di metà agosto, con gli Stati Uniti potenzialmente pronti ad allentare le restrizioni sull’export tecnologico, con l’obiettivo di un vertice tra Trump e Xi più avanti nell’anno.
«Se la tregua sarà estesa, come appare molto probabile, la maggior parte dei Paesi con i più alti deficit commerciali verso gli Usa avrà raggiunto un accordo. Le eccezioni sono Corea del Sud e Taiwan, mentre Canada e Messico sono più protetti dal trattato Usmca. Questo contesto», conclude Mufg Bank, «aiuterà probabilmente gli investitori a concentrarsi sulle prove, in aumento, che l’economia statunitense sta dimostrando una maggior resilienza agli effetti dei dazi, il che dovrebbe sostenere il dollaro Usa almeno fino al rapporto sui non-farm payrolls, soprattutto se anche gli altri dati sul mercato del lavoro attesi questa settimana mostreranno solidità». (riproduzione riservata)