Un assist al governo impegnato nella partita del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per far ripartire l’economia. È stato questo uno dei fili conduttori della relazione annuale svolta dal governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco. Più parti della relazione hanno toccato il ruolo dell’intervento pubblico nel corso del 2020 e nella prospettiva a medio termine del Pnrr. Lo scorso anno i trasferimenti pubblici a famiglie e imprese, anche attraverso misure fiscali, sono stati imponenti (45 miliardi) e hanno consentito di limitare la caduta del reddito delle famiglie a -2,6% in termini reali a fronte del calo del 9% del pil.
In prospettiva, poiché la ripresa economica richiederà il reimpiego di molti lavoratori in altri settori, fondamentale sarà un maggiore impegno nelle politiche attive del lavoro. In Italia solo un disoccupato su 10 riceve oggi assistenza dai centri per l’impiego, contro i 7 su 10 in Germania. In ogni caso compito dello Stato sarà sempre più migliorare il «capitale umano» investendo in istruzione e cultura. Non è tollerabile che in Italia, ultima in Europa, un quarto dei giovani tra i 15 e i 34 anni non sia né occupato né impegnato in attività formative.
Sul versante delle imprese una delle sfide è il rilancio della giustizia civile che renderebbe più efficiente l’allocazione delle risorse nel settore produttivo. Oggi i tempi del recupero crediti in via giudiziaria, per esempio, sono quasi il doppio rispetto alla media dei paesi dell’Ue. Emergono anche forti differenze tra i diversi tribunali, segno che le disfunzioni sono anche organizzative. Secondo Visco, in questa fase lo Stato deve svolgere un ruolo che va ben oltre quello ottocentesco di «guardiano notturno», che si occupa solo di ordine pubblico, difesa e giustizia. Campi d’azione da tempo sono anche istruzione, sanità, protezione sociale, le infrastrutture, innovazione e ricerca, la stabilizzazione macroeconomica attraverso il bilancio pubblico. Tuttavia, quasi per smorzare l’euforia che si sta creando attorno allo statalismo di ritorno, Visco ha spiegato che non va confusa la necessità di uno Stato più efficace nelle proprie azioni, «con quella di estenderne i compiti». L’esperienza storica dimostra per esempio che la produzione pubblica diretta di beni e servizi «porta con sé rischi non trascurabili di fallimento dello Stato».
Due sono le cautele indicate nella relazione: non sottrarre le imprese pubbliche alla disciplina della concorrenza e del mercato; predisporre presidi istituzionali per garantirne autonomia di gestione e responsabilità. In un periodo di rinnovo degli amministratori di tante controllate pubbliche, il pensiero corre subito all’esigenza di premiare professionalità ed esperienza specifica, piuttosto che colore politico. In ogni caso, secondo Visco Stato e mercato sono complementari: un’economia sana ha bisogno d’entrambi, il primo soprattutto per correggere i fallimenti del secondo attraverso regole, servizi pubblici di qualità e interventi in aree in cui rendimenti sociali sono alti, ma l’iniziativa privata è insufficiente.
Un ruolo importante, sempre secondo il Governatore, spetta anche al cosiddetto «terzo pilastro», cioè il settore non profit e del volontariato che agiscono per il perseguimento dell’interesse collettivo. In questo contesto, i contenuti di Pnrr e Next Generation EU «sono decisivi» e serve spendere bene i 235 miliardi in sei anni assegnati all’Italia. L’agenda delle riforme indicate nel Pnrr è «vasta» e da realizzare secondo «un calendario serrato». Essa richiede «coesione consapevolezza da parte di tutti: politica, istituzioni, parti sociali, cittadini». Agli interventi deve essere assicurata sicurezza e rapidità dell’esecuzione ed efficacia e trasparenza degli impegni finanziari. Riforme impegnative come sanità, assistenza, istruzione e giustizia richiederanno infatti un ulteriore impiego di risorse rese disponibili da una crescita elevata.
La relazione di quest’anno è dunque un mix d’ottimismo e realismo: il primo giustificato da una crescita del pil nel 2021 che potrebbe superare il 4%; il secondo dalle difficoltà ad attuare tante riforme in così poco tempo. E come viatico a queste ultime andrebbero forse rilette le «prediche inutili» di einaudiana memoria. (riproduzione riservata)