Non ci sono soltanto «soldi, soldi ed ancora tanti soldi» ma un completo ridisegno degli equilibri in Medio Oriente e nel mondo islamico che si prolunga a meridione della Russia fino al Pakistan, a segnare il bilancio del viaggio compiuto in Arabia dal Presidente americano Donald Trump, con le successive visite a Riyadh, Doha ed Abu Dhabi.
Si è conclusa l’epoca dell’instabilità iniziata con le Primavere arabe sostenute dalla prima Amministrazione Obama con il ruolo decisivo di Hillary Clinton – che sconvolsero le sponde del Mediterraneo arrivando a capovolgere a favore della Turchia e del Qatar un assetto di equilibri dominato fino ad allora dall’Egitto e dall’Arabia Saudita, incistatasi nella decennale guerra civile combattuta in Siria contro il regime di Bashar al-Assad - e si sono poste le basi per una definizione delle diverse aree di influenza e delle connesse garanzie politiche e militari nell’area come accadde a Yalta ottant’anni fa per il continente europeo.
Ci sono davvero soldi per tutti: da una parte, per sostenere il debito pubblico americano e per riequilibrare il suo saldo commerciale; dall’altra, per sostenere la produzione ed il prezzo del petrolio a lungo termine. Gli Usa, che hanno bisogno di un prezzo internazionale sufficientemente alto per non spiazzare l’assai costosa produzione interna che sfrutta giacimenti di scisto, stavolta non useranno contro la Russia la leva del prezzo al ribasso come fecero alla fine degli anni Ottanta per provocare il collasso dell’URSS che era impegnata nell’invasione dell’Afganistan e che sopravviveva a stento con le esportazioni di petrolio a prezzi elevati.
La sostituzione delle fonti energetiche fossili con quelle rinnovabili solari non è più in agenda: si punta nuovamente sulla tecnologia nucleare americana, anche in Arabia.
Gli Usa incassano risorse: nell’ambito di un orizzonte decennale, Trump si sarebbe assicurato un afflusso di 600 miliardi di dollari da parte dell’Arabia Saudita al fine di sostituire le minori sottoscrizioni di titoli federali da parte di Cina e Giappone. Si sfiora il trilione di dollari aggiungendo le forniture militari a Riyadh per 192 miliardi di dollari e gli ordini alla Boeing da parte del Qatar Airwais per 200 miliardi di dollari. Ci sono poi gli impegni finanziari volti a ricostruire le devastazioni di decenni di guerre spesso sobillate dall’estero, non ultimi dai neocon americani.
Sul piano geopolitico, tutto si tiene. A parte la vistosa eccezione per lo Yemen del Sud, si assiste alla fine della strategia di espansione condotta da anni dall’Iran per arrivare alla costituzione della cosiddetta mezzaluna sciita che lambiva le sponde del Mediterraneo in Siria, nel Libano e nella Striscia di Gaza attraverso il sostegno politico e militare fornito ad Hezbollah ed Hamas: contro quest’ultima forza politica e militare continuano senza tregua le pesantissime operazioni militari di Israele nella Striscia di Gaza che colpiscono la residua popolazione palestinese ancora residente. La situazione umanitaria si è aggravata a tal punto da aver indotto gli Usa a procedere alla distribuzione di aiuti sotto la loro diretta responsabilità.
L’incontro a Riyadh fra Donald Trump ed il Presidente ad interim siriano Ahmad al-Sharaa che nel dicembre dello scorso anno aveva costretto Assad all’esilio, ed il preannuncio da parte dello stesso Trump della revoca delle sanzioni nei confronti della Siria, hanno segnato la fine della instabilità in questo Paese che viene recuperato alle comuni prospettive di pace di tutta l’area.
Di converso, la mancata visita di Trump a Gerusalemme ha confermato il raffreddamento delle relazioni con Netanyahu: il riconoscimento di uno Stato palestinese fa parte delle condizioni poste dall’Arabia Saudita per arrivare alla firma dei Patti di Abramo e dunque alla conciliazione con Israele. In prospettiva, si tratterà di una entità militarmente disarmata e soggetta al controllo politico americano sulla base di una sorta di mandato sostenuto da Egitto ed Arabia saudita, i due Paesi forti dell’area. Gaza, una volta ricostruita, abitata da un numero assai più limitato di palestinesi, e senza più l’assistenza finanziaria internazionale che tante ombre ha suscitato in decenni, assumerebbe la fisionomia di un Territorio soggetto al controllo statunitense come sta accadendo per il Canale di Panama.
Come a Yalta furono la Gran Bretagna e la Francia ad assicurare la stabilità europea, così sarà in Oriente: la Turchia, confermata nel ruolo cruciale di sede delle trattative tra Russia ed Ucraina e rassicurata dal recentissimo scioglimento del PKK e quindi dal venir meno del pericolo curdo all’interno ed ai confini con la Siria, estenderebbe la propria sfera di influenza sulla fascia islamica settentrionale andando oltre l’Afghanistan con cui ha già stretti rapporti, per arrivare al Pakistan cercando di attrarlo nella propria orbita a spese di Cina ed India. L’Arabia Saudita, a sua volta, manterrebbe la propria egemonia a garanzia della stabilità nel Medio Oriente e della penisola arabica. L’Iran, ormai già ridimensionato nelle ambizioni politiche e prossimamente forse anche in quelle militari, avrà Russia e Cina come potenze garanti.
Con Trump, gli Usa cambiano nettamente la propria postura imperiale: abbandonano l’unilateralismo basato sulla supremazia esclusiva ed incontrastata, analoga a quella su cui si basava la Pax romana che prevedeva uno scambio economico e militare sinallagmatico con i Paesi Clienti, per approdare agli equilibri assai più articolati che caratterizzarono l’Impero di Bisanzio. Quest’ultimo doveva tener conto della presenza di nemici forti, se pur lontani dai propri confini, con cui non poteva ingaggiare uno scontro militare diretto e distruttivo: era dunque costretto a ricercare sempre nuovi equilibri strumentali e vantaggi reciproci con i vicini.
Non tutti condividono questa svolta americana di Trump, che riscrive equilibri e schemi consolidati: in Europa, c’è chi si sente orfano di Yalta, di una Nato in cui gli Usa consideravano la Russia come nemico ineluttabile ed esistenziale. Legata al Novecento, ad un Secolo di cui è stata l’insanguinata protagonista, l’Unione europea si ritrova ora estranea a tutti i nuovi equilibri, tremendamente sola: non potrà affrontare tutte insieme le sfide che ha di fronte, dal riarmo con la Difesa comune che sarebbe necessaria per difendersi autonomamente dalla Russia al ribilanciamento della spesa nell’ambito della Nato, dal riequilibrio commerciale nei confronti degli Usa alla sfida della transizione energetica in cui si è intrappolata.
Prefiggersi, per sopravvivere politicamente, di sostenere l’Ucraina da sola e ad ogni costo sabotando anche i colloqui di Ankara, potrebbe essere dirompente: chiuso l’ombrello americano, sull’Europa piove a dirotto. (riproduzione riservata)