C’è un filo non proprio sottile che collega le ricadute del conflitto in Medio Oriente alla stabilità del nostro sistema previdenziale, costato nel 2025 quasi 343 miliardi di euro, ma già destinato a sfiorare i 366 miliardi nel 2027 e i 380 miliardi tra appena due anni, quando anche il freddo del cosiddetto inverno demografico in arrivo comincerà a farsi sentire.
La spinta inflazionistica legata all’emergenza energetica produrrà una lievitazione non trascurabile della spesa pensionistica per effetto della rivalutazione degli assegni, che il Documento di finanza pubblica (il Dfp) del governo già stima in un +2,8% quest’anno e, soprattutto, in un +3,8% nel 2027 perché sui trattamenti previdenziali il salto dell’inflazione si riverbera con un anno di ritardo. Previsioni elaborate partendo dall’ipotesi che l’inflazione raggiunga il 2,9% nel 2026 (contro l’1,7% dello scorso ottobre), con una revisione dall’1,5 al 2,4% del tasso di inflazione programmata, e che rimanga elevata per un biennio.
Ma con il perdurare della crisi di Hormuz queste stime in autunno, in vista della manovra, potrebbero essere ritoccate al rialzo facendo salire ulteriormente il conto pensioni, malgrado con l’ultima legge di bilancio l’azione dell’esecutivo si sia concentrata «sul contenimento della spesa, incentivando la permanenza al lavoro e rafforzando la previdenza complementare», come si legge nello stesso Dfp.
Un passaggio non proprio in armonia con il programma del centrodestra che nell’autunno del 2022 ha portato Giorgia Meloni a Palazzo Chigi e che al punto 9 evidenziava una chiara indicazione: flessibilità in uscita dal mondo del lavoro e accesso alla pensione favorendo il ricambio generazionale.
L’obiettivo doveva essere realizzato compatibilmente con lo stato di salute dei conti pubblici, ma in ogni caso è rimasto sulla carta. Eppure, tra le sfide che la Corte dei conti ha indicato nella sua recente audizione parlamentare sul Dfp c’è ancora «la creazione di un qualche margine di flessibilità in uscita intorno al requisito anagrafico standard per la pensione di vecchiaia (rispettoso, comunque, degli equilibri attuariali)».
Il sistema previdenziale modellato dalle quattro leggi di bilancio targate Meloni è improntato alla sostenibilità, anche attraverso il freno alle deroghe alla riforma Fornero nel formato Quote pensionistiche tanto caro alla Lega, ma ha anche tratti di rigidità essendo state via via eliminate molte delle alternative all’uscita di vecchiaia. I dati 2025 dell’Inps parlano da soli: i flussi di pensionamento si sono ridotti del 3,2% soprattutto grazie alla drastica riduzione dei trattamenti anticipati (-7,1%).
Quella previdenziale appare dunque una struttura abbastanza rigida ma certamente solida, almeno per il momento. La Corte dei conti però ricorda, come hanno già fatto la Commissione Ue e anche Bankitalia, che per le prestazioni sociali, a partire dalle pensioni, «l’aggiornamento delle tendenze rende esplicito, una volta di più, come il controllo della spesa nel comparto in questione si configuri decisivo per qualsivoglia credibile piano di rientro dal debito e di rispetto dei vincoli europei alla crescita della spesa netta complessiva», soprattutto in uno scenario che prefigura un aumento del tasso di dipendenza degli anziani (il rapporto percentuale tra la popolazione over 65 e quella «attiva») dal 38 al 62% nei prossimi 15 anni. (riproduzione riservata)
*giornalista esperto di materie parlamentari