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Così la Cina copia il tech
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Così la Cina copia il tech

di Bob Davis e Lingling Wei - traduzione di Giorgia Crespi
Milano Finanza - Numero 192 pag. 34 del 29/09/2018

I metodi usati da Pechino per mettere le mani sulle tecnologie delle aziende americane che entrano nel mercato del colosso asiatico. Questo è uno dei principali motivi della linea dura assunta da Trump

DuPont sospettava che l’ex partner cinese si stesse impadronendo della sua preziosa tecnologia. Sono arrivati 20 investigatori dell’antitrust locale. Lo scorso dicembre, per quattro giorni, hanno perlustrato gli uffici a Shanghai, hanno stampato documenti, sequestrato computer e intimidito i dipendenti. Pechino si appoggia a una serie di leve per estorcere tecnologia alle aziende americane, anche con la forza.

Le tattiche prevedono pressioni sui partner statunitensi per cedere tecnologia, usando i tribunali locali per invalidare i brevetti e le licenze delle imprese americane, inviando l’antitrust e altri investigatori e riempiendo i comitati di vigilanza di esperti disposti a passare segreti commerciali ai concorrenti cinesi.

Nel caso di DuPont, la disputa riguardava un processo per produrre fibre tessili flessibili dal mais, business da 400 milioni di dollari per la compagnia nel 2017. Le società americane lamentano da tempo che Pechino le spinge a cedere proprietà intellettuale. Le preoccupazioni si sono intensificate mentre la Cina è ora un rivale avanzato in settori che vanno dagli agenti chimici ai chip fino ai veicoli elettrici.

Il trasferimento di tecnologia coatto, che indebolisce la competitività delle imprese americane e mina gli incentivi all’innovazione, è al centro della battaglia commerciale tra Stati Uniti e Cina. La Casa Bianca parla di danni per 50 miliardi di dollari all’anno. Le autorità cinesi rimandano a un documento del Consiglio di Stato: «Le aziende americane in Cina hanno ricevuto enormi ritorni grazie al trasferimento di tecnologia e alle licenze e sono i maggiori beneficiari della cooperazione tecnica» e stringono partnership volontariamente. «L’offerta della Cina al mondo era semplice», afferma un politico. «Alle aziende straniere è concesso di accedere ai mercati cinesi, ma devono dare qualcosa in cambio: la loro tecnologia».

Le società Usa sono andate in Cina pienamente consapevoli. Inizialmente hanno portato l’idea delle joint venture per accedere a un mercato di 1,4 miliardi di persone e attingere a una forza lavoro a basso costo. Il patto includeva l’aiuto alle imprese cinesi a diventare tecnologicamente più avanzate. A una cena della Camera di commercio degli Stati Uniti a Washington, molti hanno sollecitato l’ambasciatore in Cina Terry Branstad a non esagerare. Pechino ha molti modi per vendicarsi, ha avvertito Christopher Padilla, vicepresidente di Ibm. DuPont ha informato i funzionari Usa sui suoi problemi, ma non ha voluto che il caso venisse sollevato nei negoziati.

L’ex partner Zhangjiagang Glory Chemical Industry continua a vendere prodotti chimici usati in fibre che sarebbero copie della tecnologia di DuPont. Circa un membro su cinque della Camera di commercio americana a Shanghai afferma di essere stato costretto a trasferire tecnologia. Di queste aziende, il 44% nel settore aerospaziale e il 41% nei prodotti chimici riportano «notevoli pressioni». La Cina li considera entrambi settori di importanza strategica.

Questa politica risale a Deng Xiaoping. General Motors, in una visita esplorativa del 1978, propose una joint venture con una compagnia locale per promuovere l’allora antiquata industria cinese. L’idea si adattava al desiderio di Deng di mettere le mani sulla tecnologia occidentale, ma limitarne l’influenza. La Cina «deve rinunciare a porzioni del mercato interno in cambio di tecnologie avanzate di cui abbiamo bisogno», ha dichiarato Deng nel 1984. Adesso il presidente Usa Donald Trump vuole «cambiare il paradigma» con i dazi. Le società estere che intendono aprire o espandersi in 35 settori lo devono fare attraverso joint venture, ma ad aprile è stato annunciato un piano per eliminare entro il 2022 le norme che obbligano le case automobilistiche straniere a condividere proprietà degli impianti e profitti con la controparte. Per alcuni ha funzionato.

Quando la Cina decise di costruire il suo primo grande jet passeggeri nel 2008, la statale Commercial Aircraft chiarì che avrebbe acquistato componenti solo da jv i cui partner avrebbero condiviso tecnologia. General Electric acconsentì. La società di Ge con la statale Aviation Industry ora è fornitore principale di avionica per C919 e il big americano ha evitato la cessione dell’unità in difficoltà. Per assicurare che gli stranieri portino il meglio, falangi dei panel di vigilanza controllano che gli investimenti esteri soddisfino gli obiettivi del governo. Secondo Huntsman, che va alla grande in Cina (il 14% dei ricavi del 2017 provengono da lì), questo è il canale con cui i cinesi si appropriano di segreti commerciali.

Questi comitati devono approvare molte sostanze chimiche prima di dare il via libera alla produzione in Cina: richiedono informazioni dettagliate su formule e processi. «Abbastanza informazioni da duplicare il prodotto», ha denunciato l’American Chemical Council in un esposto al governo degli Stati Uniti. Con Huntsman hanno scavato fino alla formula per la plastica con elevata trasparenza ed elasticità, utilizzata per scarpe sportive. Non appena gli esperti hanno fatto le loro valutazioni, i concorrenti locali hanno utilizzato lo stesso tipo di tecnologia.

Huntsman sta combattendo per il gioiello di famiglia, una tintura nera per tessuti meno inquinante. Nel 2007 ha presentato una denuncia a Shanghai contro una società cinese per violazione del brevetto. Poi si è trovata una commissione di revisione nominata dal tribunale totalmente contro, ha detto nella denuncia del 2011 presso il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti. I membri del panel erano un ingegnere della società che Huntsman aveva citato in giudizio, uno di un gruppo cinese di ricerca sulla tintura e un terzo che aveva lavorato in una ditta locale. Huntsman ha chiesto all’amministrazione Trump di prendere in considerazione l’ipotesi di bloccare le imprese cinesi che avrebbero avviato operazioni negli Stati Uniti con la tecnologia contestata.

Nell’automotive i panel sono diventati un campo di battaglia sull’auto elettrica. I nuovi veicoli devono ottenere l’imprimatur del governo prima della produzione di massa e sono sottoposti a un audit tecnologico di diversi giorni. Quest’anno il dipendente di una casa straniera ha avuto «prove evidenti di collusione» tra il team di revisione e i produttori cinesi. Gli ispettori hanno chiesto solo i progetti dei componenti dei veicoli elettrici che si stavano sforzando di proteggere dal partner locale. Anche DuPont aveva condiviso informazioni con Zhangjiagang Glory, quando nel 2006 l’ha autorizzata a produrre e distribuire Sorona, polimeri tessili prodotti con mais. Internamente l’accordo era soprannominato partnership «a pedaggio», per entrare nel mercato.

Intorno al 2013 non è stata rinnovata la licenza a Glory per i sospetti e DuPont ha presentato due casi di arbitrato in Cina per violazioni dei brevetti, con audizioni che si protraggono fino al 2017. All’incirca in quel periodo, i funzionari della divisione antitrust della National development and reform commission a Pechino si sono interessati alla questione e hanno iniziato a far visita a DuPont, mostrando scarso interesse per la fusione con Dow Chemical, completata alla fine dello scorso anno. A dicembre hanno iniziato un’indagine sulla newco. Si sono concentrati sullo stallo DuPont-Glory.

A dicembre DuPont temeva un raid nel suo ufficio e aveva pianificato una sessione di formazione dei dipendenti su come affrontarlo, ma gli investigatori si sono presentati prima. Alla DuPont ora credono persino che la chiusura del caso non sarà sufficiente a soddisfare Pechino, che potrebbe volere un ostaggio nella lotta commerciale con Washington. Casi come questo sono la prova dell’aggressione economica cinese.

«La combinazione di ingenuità e arroganza da parte delle aziende statunitensi che cercano di entrare nel mercato, insieme ai sofisticati sforzi cinesi per estrarre tecnologia, è stata letale», afferma il consulente commerciale della Casa Bianca, Peter Navarro. Durante i negoziati di agosto, gli Usa hanno fatto l’esempio del produttore di chip Micron Technology, che ha presentato una denuncia al Tribunale distrettuale della California per furto di tecnologia a carico di Fujian Jinhua Integrated Circuit.

A gennaio Jinhua ha portato Micron in tribunale nella provincia del Fujian, il cui governo controlla parzialmente Jinhua, e ha ottenuto un’ordinanza temporanea per impedire la vendita in Cina dei prodotti i cui brevetti sono oggetto di disputa. A luglio ha dichiarato che Micron ha «spudoratamente» violato i suoi brevetti. Il vice ministro del Commercio Wang Shouwen nei colloqui di agosto ha minimizzato: «Micron e Jinhua sono come fratelli e i fratelli litigano».
traduzione di Giorgia Crespi


(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

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