Siamo troppo distanti dall’Africa, in Italia, disinteressati ormai da decenni, avendo abbandonato la Somalia e l’Etiopia al loro insanguinato destino assai prima della Libia con cui avevamo appena firmato un Trattato di particolare amicizia, garantendole sicurezza, integrità territoriale e sovranità piena: non sono ferite che si rimarginano, soprattutto finché non se ne prende coscienza.
Siamo inerti: tra il rimprovero di un tardo colonialismo, la scarsa consapevolezza del ruolo vigoroso svolto negli anni 50 e 60 nel rompere equilibri a noi sfavorevoli nel settore petrolifero entrando in Algeria, Persia e Urss e l’abbandono di una troppo breve stagione di speranze, quando negli anni 80 fummo i primi a credere nella Cooperazione per lo sviluppo.
Tra i primissimi nel mondo occidentale a promuovere sin dal 1969 il riconoscimento ufficiale della Cina Popolare e a entrare in quel mercato assai prima della ammissione nel Wto che arrivò solo nel 2001: nel 1984 l’Iri intraprese la costruzione di un impianto per la produzione di tubi senza saldatura tra i più grandi al mondo. Certo, si parlava di scandali nella gestione dei fondi della cooperazione, ma dietro c’era anche tutta l’ostilità di chi non apprezzava il nostro attivismo all’estero.
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È la stessa geografia dell’Africa ormai che ignoriamo: sappiamo che esiste solo per gli immigrati che sbarcano sulle nostre coste, alimentando il business dell’accoglienza che costa assai più di ogni aiuto fornito ai Paesi da cui fuggono.
Ma - quel che è peggio - ci siamo arresi ancora una volta alla logica della manodopera importata, quella a basso costo che si accontenta. Esattamente come avveniva negli anni 50, quando era grazie alla immigrazione meridionale che le città industriali del nord Italia prosperavano, crescendo a macchia d’olio. Oggi i giovani meridionali preferiscono espatriare piuttosto che trasferirsi al Nord: questa è la verità.
Ma non c’è alcun consenso circa la necessità di interrompere questa transumanza umana, questo processo migratorio che spoglia le nazioni del Sud del mondo dei giovani più intraprendenti, di coloro che non si arrendono a un futuro senza speranze, ma anche di coloro che cercano sollievo nella più generosa assistenza che trovano altrove.
Il primo passo lo si deve fare in Italia, che ancora si attarda con colture agricole ad alto valore di mercato, ma che si fondano sempre sull’uso di manodopera a salari infimi, quella dei migranti. Sono tecniche di coltivazione manuali che dovrebbero essere rimpiazzate con la meccanizzazione e l’automazione: l’Olanda, per non parlare di Israele, sono anni luce avanti a noi.
Ed è per questo che il problema italiano della immigrazione non controllata ci deve indurre a intraprendere un percorso diverso: che proceda verso una trasformazione dei nostri assetti produttivi, abbandonando la logica del lavoro a basso valore aggiunto tanto nell’agricoltura che nell’industria, per sostenere lo sviluppo di questi settori nei Paesi di provenienza volto a soddisfare la loro domanda interna. A quel punto saranno gli stessi immigrati in Italia a essere convolti in un processo di rientro, contribuendo al benessere nei Paesi di provenienza. È questa la direzione su cui si deve lavorare nei rapporti bilaterali: creare nessi, relazioni, prospettive.
Il rimpatrio forzoso degli immigrati non funziona; quello incentivato da un piccolo sussidio monetario non ha avuto alcun successo; l’idea di tagliare i fondi per l’accoglienza rischia di trasformare un fenomeno umanamente drammatico in un problema di ordine sociale: le potenti forze economiche che militano per l’immigrazione verso il Nord del mondo possono essere contrastate solo creando condizioni che rendano inutile l’immigrazione stessa.
Il passaggio verso la automazione della produzione in agricoltura e nell’industria è ineludibile, ma richiede una visione diversa dei tempi di lavoro, della sostenibilità dei sistemi pensionistici che devono essere alimentati con contributi commisurati al fatturato delle imprese e non alla sola massa salariale impiegata. Allungamento dell’aspettativa di vita, denatalità e riduzione del fabbisogno di lavoro devono andare di pari passo.
Perché i veri problemi dell’Africa derivano dall’enorme ricchezza di materie prime che non vengono trasformate, venendo esportate a prezzi infimi, e da un’agricoltura sempre più asservita alle esportazioni verso i Paesi ricchi: l’olio tunisino fa una concorrenza spietata a quello italiano. E qui ci si difende malamente, tra marchi, etichette strampalate e frodi.
Non è più il tempo dello scambio Trade for Aid: i processi di trasformazione e di sviluppo devono riguardare tutti: il Nord come il Sud. E non è con la transizione ambientale, con i suoi vincoli e con le enormi risorse finanziarie che richiede, che possiamo fare breccia in Africa, proponendo denari in cambio di adesioni al processo di decarbonizzazione.
L’America ha già delocalizzato tutta la manifattura, dal Messico alla Cina, dal sud-est asiatico e ora all’India; l’Europa occidentale si è barcamenata tra i Paesi dell’est e la Cina. In Africa, ormai il vero concorrente dell’Occidente è la Cina, che ha un’infinita capacità di insediarvisi mediante industrie di sostituzione.
Per quanto questa sua strategia di penetrazione basata sull’indebitamento dei governi venga stigmatizzata come una nuova e più raffinata forma di colonialismo, l’Occidente sa solo accusare la Cina di slealtà e la Russia di insinuarsi attraverso la compagnia Wagner che soffierebbe sul fuoco delle proteste, lasciando aperte le frontiere all’emigrazione che destabilizza l’Europa.
Il problema non è l’Africa: siamo noi. (riproduzione riservata)