Dimenticate il bitcoin, pensate agli FMIcoin. Il numero uno del Fondo monetario internazionale sta meditando sul futuro del denaro e ritiene che ci siano discrete probabilità che abbia origine proprio dal guardiano del sistema monetario mondiale. Al forum della Banca d’Inghilterra della settimana scorsa, Christine Lagarde, direttrice generale dell’Fmi, ha dichiarato che per i diritti speciali di prelievo (Dsp) del Fondo stesso è possibile un futuro digitale e ha lanciato una provocazione: i Dsp possono sostituire le attuali valute internazionali? «Non è un’ipotesi inverosimile”, ha risposto, e l’Fmi deve essere pronto.
I Dsp sono ben lungi dalla disgregazione digitale verso cui i cypherpunk sperano che ci traghettino le criptovalute. Ideati negli anni 60 del secolo scorso sono una specie di moneta artificiale il cui valore dipende da altre valute. Fanno parte del paniere dollaro, euro, sterlina, renminbi e yen. Un Dsp è un po’ come un fondo comune di natura monetaria per le banche centrali.
L’Fmi ha dedicato l’anno scorso a una riflessione su come conferire a questo strumento un ruolo internazionale di più ampio respiro. Dunque, un qualche tipo di cripto-Dsp potrebbe sostituire il dollaro in veste di moneta universale? L’idea ha il massimo sostegno di chi intende diminuire lo status del biglietto verde, in particolare la Cina. Il governatore della Banca del Popolo, Zhou Xiaochuan, nel 2009 ha proposto un uso più ampio dela valuta dell’Fmi «per sostituire gradualmente le valute di riserva esistenti con i Dsp». Il perché è ben noto ed è tutt’altro che digitale. La Cina e gli altri mercati emergenti vorrebbero diversificare il rischio dal dollaro. Temono inoltre le problematiche inerenti all’utilizzo delle valute nazionali per le riserve globali.
Se gli Stati Uniti si trovassero di fronte a un conflitto tra necessità interne e internazionali, con tutta probabilità gli elettori avrebbero la meglio sull’economia mondiale. Allora, quale sarebbe l’apporto dei Dsp digitali? Negli scenari ideali degli economisti monetari spesso figurano monete simili al bancor presentato da John Maynard Keynes alla conferenza di Bretton Woods del 1944. Il commercio internazionale verrebbe condotto in bancor corredati di norme sull’entità degli scoperti consentiti, impedendo che gli squilibri crescano eccessivamente. I Dsp o FMIcoin consentirebbero a un gruppo molto più ampio di utilizzare questa valuta, soppiantando il dollaro nel commercio internazionale e riducendo sia le grandi oscillazioni delle monete che il pericolo di forti disavanzi delle partite correnti.
Invece di rappresentare un paniere di valute, il Dsp digitale sarebbe esso stesso una moneta, anche se utilizzata esclusivamente per transazioni internazionali. Un’alternativa più limitata avrebbe lo scopo di accelerare la crescita globale. Al momento, gli Stati detengono grandi quantità di dollari come forma di assicurazione contro una crisi della bilancia dei pagamenti, il che smorza la crescita e distorce l’economia mondiale. Se l’Fmi fosse autorizzato ad agire come una banca centrale globale, usando nel corso di una crisi i nuovi Dsp sulla propria blockchain, diminuirebbe la necessità di avere delle riserve. José Antonio Ocampo, membro del consiglio della Banca centrale colombiana e del gruppo di esperti dell’Fmi impegnati nello studio del futuro dei Dsp, ritiene che ogni anno se ne potrebbero emettere per una somma pari a 200-300 miliardi di dollari. «Gli Stati non dovrebbero accumulare riserve, che generano un effetto di contrazione sull’economia globale», spiega Ocampo.
La prospettiva di concedere all’Fmi la capacità di mettere in campo degli helicopter money di portata globale preoccupa i fedelissimi delle monete forti. Secondo Jim Rickards, ex consulente legale dell’hedge fund finito in bancarotta Long-Term Capital Management, i Dsp saranno emessi per reflazionare il sistema nella prossima crisi, danneggiando lo status di valuta di riserva del dollaro. «Tutto converge verso un mondo in cui il dollaro sarà solo una valuta locale, come il peso messicano», afferma Rickards, sostenitore di lunga data del sistema aureo finalizzato a limitare l’offerta di moneta. La vera opposizione all’ FMIcoin non dovrebbe venire dai fan dell’oro, bensì dai difensori del ruolo centrale del dollaro nel sistema globale.
Il vantaggio di disporre della moneta di riserva è ovvio e molto invidiato: gli americani possono fare offerte per l’acquisto di beni tangibili provenienti dal resto del mondo con denaro creato dal nulla dalla Federal Reserve mentre gli altri Paesi hanno ben poca scelta, se non quella di accettare. Gli Stati Uniti possono inoltre contare su tassi di interesse più bassi di quanto sarebbero altrimenti e possono impunemente gestire un disavanzo delle partite correnti permanente.
C’è però un inconveniente. L’acquisto di dollari da parte del resto del mondo rende più difficile svalutare il dollaro per sostenere la propria economia. Con la crisi bancaria del 2008 gli investitori accumularono moneta di riserva e il dollaro rincarò del 21% nei confronti dei partner commerciali prima che il panico si placasse nel marzo 2009. Al posto della valuta debole a cui le banche centrali generalmente aspirano durante una recessione, gli Stati Uniti si sono ritrovati con una moneta ancora più forte. È difficile che i politici americani rinuncino a quello che un ministro delle Finanze francese ha definito una volta come «il privilegio esorbitante» del dollaro.
Come ha sottolineato la Lagarde, l’Fmi avrebbe bisogno di «una situazione geopolitica propizia» per attuare i cambiamenti su cui sta meditando. La Cina sta incoraggiando l’emissione di obbligazioni denominate in Dsp nel tentativo di creare una vera alternativa ai mercati liquidi degli Stati Uniti (finora con poco successo visto che sono solo due i bond in Dsp in circolazione). Il peana della Lagarde sul futuro dei Dsp fa intendere che apprezzi l’idea. Fortunatamente per chi detiene un buon carico di dollari, la situazione geopolitica è ancora inclinata a favore degli Stati Uniti e difficilmente scambieremo IMFcoin tanto presto. (riproduzione riservata)
