Le recenti critiche della presidenza Trump all’Ue sono influenzate dalle attuali condizioni economiche Usa: il disavanzo commerciale ha superato i 3.000 miliardi di dollari l’anno e la posizione finanziaria netta negativa ammonta a 22.000 miliardi di dollari. Un «impero» diverso sarebbe già fallito se non fosse che la dollarizzazione globale e la bolla finanziaria di Wall Street hanno sostenuto il pil Usa, grazie alla liquidità dei fondi finanziari e ai grandi QE della Federal Reserve. Fin qui tutto bene. O quasi.
Perché la vera incertezza riguarda l’introduzione dei dazi a cui corrispondono risposte da parte di Canada, Messico, Cina ed Ue. Sta per partire una guerra commerciale in cui possono perdere anche e soprattutto gli Usa. Per questo Trump dovrà evitare quegli eccessi che potrebbero ridurre l’uso del dollaro e i benefici della manifattura cinese a basso costo. Anche perché tutto questo, unitamente all’inflazione generata dai dazi, potrebbe portare a un non preventivato rialzo dei tassi d’interesse.
In questo contesto si inserisce la politica aggressiva verso una Ue che possiede una significativa quantità di risparmio, una bilancia commerciale positiva e un euro che ha un ruolo globale di circa il 20% in termini di valuta di riserva. Non dobbiamo farci illusioni: l’obiettivo di questi continui attacchi è proprio l’indebolimento dell’euro (da sempre visto come una minaccia: ricordiamoci la crisi del debito sovrano del 2012) e la conseguente maggiore attrazione del risparmio Ue verso il mondo Usa.
D’altra parte, le esportazioni europee verso gli Usa consistono prevalentemente in beni a domanda non rigida (vino, food, arredamento e moda) che possono essere sostituiti nel medio periodo. Un contesto in cui sarebbe complesso per la Ue adottare misure di ritorsione sulle «vere» importazioni statunitensi, composte in gran parte da servizi e beni immateriali (Big Tech/Big Bank).
Certo, se i prezzi del gas aumentassero, la bilancia commerciale Usa trarrebbe notevoli benefici dall’esportazione di Gnl. Per questo, l’altro versante del piano di Trump è quello di «puntare» energeticamente l’Ue mantenendo buoni rapporti con la Russia, che ha un peso determinante nel tenere alto il prezzo dell’energia. In sostanza, anche se molti pensano che Trump agisca caoticamente, siamo convinti che il piano sia molto preciso.
Senza poi dimenticare i mercati finanziari. Le borse hanno registrato un calo ma il rischio vero è l’esplosione dell’attuale bolla alimentata dai titoli delle Big Tech e sostenuta dai grandi fondi. Per questo uno degli obiettivi della presidenza Trump è una deregulation che garantisca normative in grado di mantenere stabile il flusso di capitali verso Wall Street/Magnificent 7.
Ma l’orizzonte finale è quello del deficit federale arrivato a 36.200 miliardi di dollari. Un ambito dove il DOGE di Elon Musk non sappiamo bene cosa stia facendo perché la spesa pubblica Usa è principalmente composta da Social Security, Medicare e Medicaid. Senza tagli in queste aree (su cui, però, è ineludibile un intervento normativo del Congresso) non ci saranno cambiamenti sostanziali.
Anche perché durante la campagna elettorale, Trump ha promesso riduzioni fiscali che si dovrebbero dispiegare prima delle elezioni di Midterm (2026) su tutti quelli che guadagnano sotto (sembra) i 150mila dollari. Tennisticamente parlando, il Grande Slam.
Per questo Wall Street è preoccupata e ha perso i guadagni post-elezioni. Trump ha minimizzato l’impatto ma non ha escluso una recessione. L'inflazione scende ma si attende l'effetto dei dazi. La detassazione resta una promessa. Nel contempo, sappiamo bene che dazi tendono ad aumentare i prezzi e a ridurre i volumi. L’attacco all’Europa sembra lontano ma è domani per tutti. Purtroppo. (riproduzione riservata)
* presidente Confassociazioni e Ancp