Dopo la vittoria del no al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia il governo Meloni prova a salvare la nuova legge elettorale, mentre rallenta ulteriormente il cammino del premierato, che già nei mesi scorsi aveva subito una prima frenata.
Eppure a Palazzo Chigi in tempi non troppo lontani proprio quella sul premierato veniva considerata la madre di tutte le riforme. Ma guardando al rapporto tenuto con il Parlamento dai governi che si sono succeduti nelle ultime legislature viene da domandarsi se non si sia già in presenza di una sorta di semi-premierato di fatto. Che, dati alla mano, con l’esecutivo Meloni sembra aver raggiunto il suo apice.
Delle oltre 440 fiducie votate negli ultimi vent’anni dalle Camere ben il 25% è riconducibile all’attuale governo di centrodestra. E sempre al governo presieduto da Giorgia Meloni si deve quasi il 28% dei decreti legge varati a partire dall’aprile del 2006 (più di 430), quando cominciò l’avventura del secondo esecutivo guidato da Romano Prodi all’alba della quindicesima legislatura.
Da allora nell’arco di cinque legislature a Palazzo Chigi si sono avvicendati altri nove governi, compreso quello attuale, e il peso dell’esecutivo è via via cresciuto a discapito di quello delle Camere, e non solo.
Un dato emblematico è quello dei decreti legge. A un anno e mezzo dalla conclusione dell’attuale legislatura (la diciannovesima) dalle statistiche di Palazzo Madama emerge che al 27 marzo risultavano già passati per le Camere 124 provvedimenti urgenti, 122 dei quali riferibili all’attività del governo in carica. Che ha già abbondantemente superato i 100 decreti emanati in tutta la diciassettesima legislatura dai governi Renzi, Letta e Gentiloni e che non è troppo distante dall’andamento dell’intera scorsa legislatura (la diciottesima), nel corso della quale gli esecutivi Conte I, Conte II e Draghi hanno adottato 146 provvedimenti urgenti (104 quelli convertiti in legge).
Un ricorso sempre più massiccio alla decretazione d’urgenza dunque, così come allo strumento della fiducia sui provvedimenti al vaglio del parlamento, con il chiaro intento di blindare il più possibile l’attività del governo, quasi appunto all’insegna di un semi-premierato di fatto.
Anche in questa chiave potrebbero essere letti i 110 voti di fiducia che, compresi quelli sulle mozioni di sfiducia presentate dalle opposizioni nei confronti di singoli ministri, hanno interessato l’attività del governo Meloni tra l’ottobre del 2022, data della sua nascita, e la fine di marzo del 2026.
In questo periodo, in particolare, le sole blindature poste dall’esecutivo sui provvedimenti nei loro passaggi tra Montecitorio e Palazzo Madama sono state ben 75 nonostante l’ampia maggioranza a disposizione in entrambi i rami del Parlamento.
Nelle precedenti quattro legislature il picco era stato raggiunto a quota 66 con l’esecutivo Renzi, seguito dai governi Draghi (55), Monti (51), Berlusconi IV (45), Conte II (36), Gentiloni (32), Prodi II (22), Conte I (15) e Letta (10).
Nel solco di una sorta di semi-premierato di fatto si può collocare anche l’uso dei decreti legislativi, sui quali le Camere non possono introdurre correzioni ma si pronunciano solo con pareri di merito: dall’aprile del 2006 ne sono stati varati oltre 680, con un boom nella diciassettesima legislatura (257) caratterizzata da tre governi di centrosinistra, mentre l’esecutivo di centrodestra in carica a metà febbraio ne aveva adottati 135. (riproduzione riservata)
*giornalista esperto di materie parlamentari