Da un presidente del Consiglio come Mario Draghi è lecito aspettarsi molto. Rappresenta sicuramente l’opzione più affidabile perché risponde al bisogno di garantire una nuova gestione dei fondi. Un uomo di alto profilo che, essendo svincolato dal consenso elettorale, apre a soluzioni potenzialmente più funzionali per l’economia del Paese. Un aspetto che indubbiamente può destare preoccupazioni, perché un economista pensa ai conti e quelli dell’Italia rischiano di non tornare. Nel governo Draghi intravedo il «tornante» decisivo della storia del nostro Paese. A lui i compiti più gravosi: traghettarci fuori dalla pandemia, superare la fase recessiva che sta colpendo il paese, e soprattutto stabilire, prima di uscire dall’esecutivo, come finanziare il nuovo debito che l’Italia sta contraendo per far fronte all’emergenza.
Allentata l’urgenza legata alla pandemia da Covid-19, occorrerà un piano di rientro, una programmazione precisa per restituire il debito. E questo deve essere deciso prima della sua uscita dalla scena politica. Una gestione con logiche politiche di consenso a breve termine è la premessa per scaricare presto o tardi gli oneri sui conti pubblici. Ma con una personalità simile al governo bisogna essere ottimisti e auspicare possa mettere in pratica le cose che ha sempre detto. Progetti di largo respiro, riforme strutturali per far ripartire l’economia. La crescita come soluzione, l’aumento della produttività, di pil per pagare chi ci fornisce le risorse per ripartire, il Recovery fund. Esattamente come un’azienda paga i suoi fornitori. Risorse che devono essere impiegate in campi altamente performanti che possano generare profitto e valore, per avere utili con cui pagare i propri creditori. Indispensabile attivare un circuito virtuoso di sviluppo e di legalità. Se ci sono regole chiare, iter snelli e semplificati, da rispettare con meticolosità e con sanzioni certe, i furbetti, gli evasori, le malversazioni non troveranno angoli bui in cui annidarsi. Si attireranno invece investitori, anche all’estero, e saranno invogliati a venire nel nostro territorio, aumentandone la produttività. Sono d’accordo con Draghi quando afferma che un buon uso del Bilancio dello Stato non è tanto quello di fornire un reddito di base a chi perde il lavoro, ma che si devono innanzitutto proteggere le persone dal rischio di perdere l’occupazione. E come ha detto non molto tempo fa a Francoforte «il ruolo dello Stato è quello di usare il bilancio per proteggere i cittadini e il settore privato dagli shock di cui non sono responsabili». Un obiettivo per il quale «i governi dovranno assorbire gran parte della perdita di reddito causata dalla chiusura del Paese. I debiti pubblici cresceranno, ma l’alternativa (la distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale) sarebbe molto più dannosa per l’economia». Parole che lasciano ben sperare sulle azioni che l’ex governatore della Bce metterà in campo. Sarà indispensabile essere celeri: la velocità nel dispiegare le risorse andrà di pari passo con la capacità di contenere la crisi e di venirne fuori. Serve però un approccio più globale. Un intervento urgente sulle speculazioni della finanza, che non creano reddito e produttività: strumenti finanziari intangibili e bolle speculative finiranno per danneggiare la maggior parte dei risparmi della popolazione.
L’Italia in Europa dovrà prendersi le sue responsabilità. Diventare una federazione di Stati europei è una strada ormai obbligata. Purtroppo il Vecchio Continente vive una situazione d’instabilità, simile ai tempi dell’Unità d’Italia, e fa fatica a trovare il suo equilibrio. L’unica via per salvaguardare lo sviluppo della propria economia sulla scena geopolitica è di muoversi come un unico grande Stato, senza personalismi e senza giochi di potere, basandosi su condizioni leali e paritetiche, in cui ognuno partecipi e condivida le proprie forze. (riproduzione riservata)