Il nostro Paese è uno dei più longevi al mondo, secondo l’Inps ha registrato nel 2023 il numero record della sua storia di ultracentenari (circa 22 mila); ma in parallelo a un progressivo incremento dell’aspettativa di vita segue un conseguente e naturale aumento delle pluripatologie. I rischi di un collasso del Sistema sanitario sono dietro l’angolo. Abbiamo assistito a uno smantellamento della medicina dal territorio: basti pensare che nel 1998 avevamo 1.381 strutture pubbliche, ovvero private accreditate, ridotte dopo venti anni a 995, quindi il 39% in meno, con una popolazione che nello stesso periodo è cresciuta del 7% passando da 56 a circa 60 milioni di abitanti. Bisogna quindi riprogettare un ecosistema della salute multidisciplinare integrato nelle sue componenti e all’interno del quale la nuova farmacia «spoke» - strutture che offrono una gamma di servizi sanitari direttamente alla comunità, quali consulenze mediche, esami diagnostici di base, vaccinazioni, gestione delle malattie croniche, servizi di telemedicina e educazione sanitaria - costituisca effettivamente e sempre più la prima infrastruttura sanitaria di riferimento sul territorio, contribuendo pertanto a decongestionare le strutture sanitarie pubbliche. Il 3,8% della popolazione pur avendo bisogno rinuncia alle cure per via delle lunghe liste di attesa.
La pandemia ha reso, infatti, ancora più evidente il ruolo della farmacia non più solo come luogo all’interno del quale dispensare farmaci, ma centro di ascolto e di supporto anche emotivo, con servizi innovativi e digitali (prenotazione, consegna farmaci) erogazione di prestazioni medico-sanitarie (tamponi, analisi di prima istanza), fino a punto di vaccinazione di prossimità. Quest’evoluzione è verificabile nella composizione totale del fatturato della farmacia dove il farmaco con ricetta si attesta oggi al 58%, mentre negli anni 90 sfiorava l’80%. La territorialità, che per molte industries - come, per esempio, quella bancaria - è diventata un disvalore economico, è invece un valore individuale e sociale quando parliamo di salute e benessere e ancora più vero nel caso delle farmacie. Tra il 2009 e il 2019 in Italia sono stati chiusi oltre 11.000 sportelli bancari pari al 37% della rete; nello stesso arco di tempo sono state aperte circa 2.000 nuove farmacie incrementando il numero delle stesse del 46% rispetto al 1975, un dato in controtendenza rispetto ai tradizionali presidi territoriali.
La farmacia è diffusa su tutto il territorio: delle circa 20.000 farmacie italiane, 7.200 sono definite rurali, ubicate in centri con meno di 5.000 abitanti, di cui 4.400 sono le farmacie rurali sussidiate presenti in località con meno di 3.000 abitanti. Di quest’ultimo cluster oltre 2.000 farmacie sono presenti in centri con meno di 1.500 persone. I costi della ramificazione territoriale delle farmacie, peraltro non riconducibili se non in misura marginale a gruppi, ovvero catene che consentirebbero di realizzare sinergie di scala, si fa sentire anche perché il Legislatore nel corso degli anni ha operato interventi che sono andati progressivamente a ridurre la loro proverbiale profittabilità. Dalla Legge 405 del 2001 alla 296/2006 e alla 27/2012 e via dicendo è stato un susseguirsi di norme, con una indubbia logica, strategia politica e finalità sottostante, ma che di fatto sono andate a incidere gradualmente sul bacino di utenza, sulla disintermediazione del farmaco, portando a comprimere le marginalità del settore in presenza di costi fissi stabili se non in aumento. Ricordiamo il virtuosismo della «spesa farmaceutica convenzionata», quella territoriale per intenderci, che ha sempre rispettato i tetti al contrario della «spesa farmaceutica diretta», quella ospedaliera, che peraltro ha aumentato il disagio del cittadino a doversi recare in strutture anche lontane dal proprio domicilio per ritirare il farmaco.
Il problema di fondo è che oggi la struttura finanziaria della farmacia si presenta con una posizione debitoria elevata che ne pregiudica la sostenibilità e ne mette a rischio la sua sussistenza. Il debito è principalmente incentrato sulla componente commerciale piuttosto che su quella finanziaria, per il combinato disposto di due elementi.
Il primo risiede nella minore predisposizione rispetto al passato, da parte del sistema bancario generalista, a concedere credito a un’attività che ha un fatturato medio di circa 1,2 milioni di euro e che ne ha spostato il modello di servizio da corporate al mondo small business dell’agenzia retail, dove difficilmente si trovano risposte su misura per tali dimensioni. Il secondo elemento deriva dal fatto che la distribuzione intermedia all’indomani della crisi del 2012, si è fatta carico di sostenere il sistema attraverso le dilazioni di pagamento legate al credito di fornitura, ma con tutte le storture e le fragilità prospettiche del caso. Non è un tema da shadow banking ma di competenze e prodotti creditizi adeguati per forma e durata. Bisogna quindi intervenire per mettere in sicurezza la farmacia in una triplice dimensione: politica, economico/finanziaria e sociale. (riproduzione riservata)
*Banca del Fucino, responsabile divisione Health & Pharma