Il Backstage di Milano Finanza con i prossimi scenari riguardanti la partita per il controllo delle Generali e di Mediobanca è uscito appena sabato 26 ma occorre già aggiornarlo con il nuovo coniglio tirato fuori dal cilindro dall’ad di Mediobanca, Alberto Nagel. Più che un coniglio, un leone, che viene da lontano.
Come ricordato dallo stesso Nagel (qui il video), l’operazione di acquisto di Banca Generali usando come forma di pagamento il 13% delle stesse Generali detenuto da Mediobanca era stata concepita cinque anni fa, ma allora fu forse una manifestazione di interesse troppo timida. Ora, dice Nagel, ci sono le condizioni, perché i numeri girano meglio.
All’apparenza (ma mai dire mai, conoscendo i protagonisti), Mediobanca avrebbe deciso di recidere il cordone ombelicale che la tiene fin dagli anni 70 ben stretta alle Generali, prima da sola, poi con Lazard in Euralux e poi ancora in autonomia. La libertà ha sempre un prezzo, anche quella dall’ops di Montepaschi.
Con questa controfferta irrituale, perché non proposta da un terzo ma dallo stesso management ai propri soci, si vuole evidenziare la maggiore appetibilità di Mediobanca come numero uno italiano del wealth management, che come tale godrebbe di una valutazione di mercato molto superiore all’attuale. Si pensi che Mediobanca in borsa nonostante il forte rialzo vale 10-11 volte gli utili mentre Fineco 17-18 volte. Un re-rating massiccio.
In casa Mps, lo swap Generali-Banca Generali non dovrebbe essere un problema, in quanto l’ad Luigi Lovaglio ha più volte detto che la partecipazione in Generali non era la cosa per cui aveva montato l’operazione. È vero però che se andasse in porto lo swap (sarà tutta una corsa attorno al calendario dei prossimi mesi), il rialzo che già il mercato si attendeva dovrebbe essere molto più alto.
Quanto a Generali, da anni in tutte le presentazioni Banca Generali era evidenziata come esterna al perimetro della gestione del risparmio, non ritenuta strategica. Questo non significa che non debbano ringraziare Gianmaria Mossa e il suo management per il lavoro fatto, anche perché il titolo BG viaggia spedito da anni.
Alcuni hanno visto uno strabismo nel decidere da una parte la joint venture con Natixis e poi considerare la possibile cessione di Banca Generali. Non è così, perché Banca Generali è un grande operatore di wealth management, ma a sua volta si appoggia agli asset manager (come la futura jv) per decidere dove e come investire.
Inoltre, possedere il 6,5% di se stessi (Generali ha il 50,1% di BG quindi questa è la quota che incasserebbe) conferisce al cda ampia facoltà di movimento. Può essere usato come merce di scambio per altre operazioni di M&A, può annullare parte dei titoli, facendo salire pro quota tutti i soci, o dare azioni gratis.
Il governo, che nella componente di Fratelli d’Italia si era preoccupato che il risparmio degli italiani fosse al sicuro in mani italiane, non dovrebbe vedere con sfavore questa operazione.
Invece, a giudicare dalla prima riunione del nuovo cda di Generali di lunedi 28, in cui i tre consiglieri di minoranza sono entrati con l’elmetto, il clima con gli azionisti Caltagirone-Delfin è tutt’altro che rasserenato e sicuramente si alzeranno le barricate, nel nome del tema dei conflitti di interesse del cda che decide l’operazione.
Al riguardo però vanno ricordati i numeri: a favore della lista presentata da Mediobanca ha votato il 35% del capitale, di cui il 22% di investitori non in conflitto di interesse. E per fortuna esiste un corpus di procedure molto articolato che riguarda le operazioni con parti correlate che potrà scansare i soliti sospetti. (riproduzione riservata)