Il primo gennaio l’euro ha festeggiato il suo ventesimo compleanno e come non mai questo anniversario è un risultato importante. La creazione dell’Unione monetaria è uno degli eventi più decisivi dell’Europa del dopoguerra, insieme alla creazione del mercato comune, al crollo del blocco sovietico e alla riunificazione della Germania. La durata dell’euro è tanto più notevole se si considerano i sacrifici che la sua nascita ha comportato per i membri dell’eurozona in cambio di una promessa che è stata solo parzialmente mantenuta, e proprio questa mancanza ha tormentato i primi due decenni della moneta e che potrebbe ancora farla naufragare. Questa promessa è facile da dimenticare, visti i traumi che hanno afflitto l’eurozona.
Nella sua accezione migliore, l’euro è sempre stato sinonimo di libero scambio. Quando nel 1998 il Wall Street Journal annunciò gli accordi per la creazione della moneta, notò in primo luogo e soprattutto che un’Unione monetaria di successo avrebbe promosso «il libero ed efficiente commercio ovunque e non solo in Europa». Robert Mundell, l’economista premio Nobel ampiamente riconosciuto come il padre dell’euro, scrisse sul Journal che «i benefici deriveranno dalla trasparenza dei prezzi, dalla stabilità delle aspettative e dalla riduzione dei costi di transazione». Questi obiettivi sono stati ampiamente raggiunti, così come un’altra previsione di Mundell, secondo cui un ulteriore vantaggio dell’euro sarebbe stata una politica monetaria a livello continentale «gestita dalle migliori menti che l’Europa può raccogliere». Durante tutto il periodo degli interventi post-panico, sotto la presidenza di Mario Draghi in particolare, la Banca centrale europea ha realizzato una politica monetaria più responsabile di quanto molti europei potessero aspettarsi dalle banche centrali dei singoli Paesi pre-euro. L’euro ha anche provato sul campo alcune delle peggiori idee della professione di economista. Mundell e pochi altri avevano sostenuto fin dall’inizio che l’euro avrebbe precluso le svalutazioni con cui gli economisti keynesiani cercano di nascondere i loro fallimenti a spese dei risparmiatori e dei poveri. Alcuni economisti ed editorialisti, che dovrebbero essere più a conoscenza delle cose, affermano ancora oggi che il difetto fatale dell’euro è che le economie in difficoltà non possono svalutare la propria moneta, considerata come via del ritorno alla prosperità. Gli elettori delle economie più fragili d’Europa comprendono che questa preclusione è un beneficio e non un costo.
I greci hanno buone ragioni per essere furiosi per la cattiva gestione della crisi economica operata da Bruxelles. Ma nel profondo della crisi erano ansiosi di inviare i loro euro all’estero per proteggere i risparmi da una minacciata reintroduzione della dracma. Nessuno ha costruito un consenso politico per andarsene dall’euro, anche durante l’ascesa delle forze populiste e nazionaliste. Circa l’85% degli irlandesi, il 64% dei portoghesi, il 62% degli spagnoli e il 60% dei greci hanno dichiarato lo scorso novembre, nel sondaggio Eurobarometro della Commissione europea, che l’euro è un bene per i loro Paesi. Si tratta di un sostegno sorprendente, proveniente da Paesi che hanno sofferto tanto per restare nell’euro e che si rispecchia in un forte sostegno nei Paesi i cui contribuenti tartassati forniscono supporto all’Unione. Il 70% dei tedeschi pensa che l’euro sia un bene per la Germania, e il 69% degli olandesi dice lo stesso per i Paesi Bassi. Il sostegno alla moneta è particolarmente forte tra i giovani europei. Ciononostante, la politica dell’euro rimane complessa. Molti tra i suoi fondatori speravano che la condivisione di una moneta comune avrebbe incoraggiato gli europei a pensare di condividere una politica europea comune. L’integrazione economica avrebbe richiesto un’unione politica sempre più stretta ed entrambe avrebbero finito per rafforzare il potere e il prestigio globale dell’Europa. Altri sostenitori dell’euro speravano che la moneta comune avrebbe dato impulso a riforme sul lato dell’offerta che erano già attese 20 anni fa. Nessuna delle due speranze si è materializzata. Il Journal e altri commentatori speravano che, una volta eliminata l’opzione della svalutazione competitiva, i governi avrebbero dovuto deregolamentare, tagliare le tasse e ridurre la spesa per far convergere la produttività interna con quella dei paesi più forti dell’euro. All’inizio ciò sembrò funzionare, soprattutto quando la Germania diede attuazione alle riforme del mercato del lavoro nel 2003-2004, perdendo così la reputazione di grande malato d’Europa. Ma questo ottimismo ha sottovalutato quanto l’Europa possa essere avversa alle riforme. I Paesi hanno preso a violare gli obiettivi di deficit di bilancio nazionale, mentre le economie meno competitive come la Grecia hanno approfittato dei bassi tassi da pagare sui propri titoli di stato per vivere al di sopra delle loro possibilità. Dalla crisi dell’eurozona, iniziata ad Atene alla fine del 2009, né Bruxelles né la maggior parte delle capitali nazionali hanno portato avanti le riforme politiche necessarie per ripristinare la prosperità precrisi. Il risultato è un’eurozona la cui economia cresce troppo lentamente durante i periodi di boom globale e sembra meno resistente ad ogni nuovo rallentamento globale. La straordinaria sperimentazione monetaria della Bce nell’ultimo decennio ha fatto guadagnare più tempo ai membri che erano in ritardo. Tuttavia, i ripetuti appelli di Draghi, affinché le riforme sul lato dell’offerta venissero realizzate per rendere più stabile l’eurozona, sono rimasti in gran parte inascoltati tranne che, in ritardo, nella Francia di Emmanuel Macron. E le riforme di Macron sono ora in pericolo, dopo la rivolta contro la sua tassa sul carburante. Questa distribuzione disomogenea dei costi dell’unione monetaria ha aggravato le tensioni politiche tra i suoi membri. I tedeschi che hanno accettato meno benessere e aumenti salariali modesti, in quanto il costo della loro competitività a lungo termine si sta deteriorando, sono furiosi con i greci che cercano di usare i sussidi tedeschi per evitare di sopportare gli stessi costi. Gli italiani che vedono Macron ottenere un lasciapassare per aver violato le regole fiscali dell’eurozona con tagli fiscali a favore della crescita, si rifiutano di accettare di non aver ottenuto una simile tolleranza per una nuova scorpacciata di welfare.
La tentazione è quella di considerare tutto ciò come un problema istituzionale da risolvere, magari creando un ministro delle Finanze dell’eurozona. Macron ne ha fatto il fulcro della sua agenda europea. Molti politici vogliono anche nuovi fondi di salvataggio o meccanismi di trasferimento fiscale. Ma l’Europa è ancora composta da Stati nazionali con tradizioni e politiche individuali, e non c’è consenso per una tale integrazione politica. In ogni caso, la principale promessa dell’euro è sempre stata economica: promuovere il libero commercio e imporre disciplina in politica economica. La lezione dei primi 20 anni è che solo una riforma economica per stimolare la crescita e la produttività nei Paesi che sono in ritardo potrà consentire all’euro di realizzare appieno il suo potenziale. (riproduzione riservata)
