La costruzione dell’autonomia strategica europea, un percorso di lungo termine, che occorre iniziare a sviluppare ora, deve comprendere anche una politica industriale su scala europea. Negli ultimi anni la politica industriale è tornata al centro dell’agenda economica e politica globale. Le tensioni geopolitiche, acuitesi da ultimo nella guerra in Medio Oriente, le vulnerabilità delle catene di approvvigionamento, la competizione tecnologica e la duplice transizione verde e digitale hanno segnato il superamento della lunga stagione dell’iper-globalizzazione e dell’affidamento quasi esclusivo alle dinamiche di mercato.
Stati Uniti e Cina hanno adottato strategie esplicitamente orientate alla leadership tecnologica e all’autosufficienza strategica, attraverso massicci investimenti pubblici, sussidi mirati, politiche commerciali aggressive e integrazione tra sicurezza nazionale e sviluppo industriale.
L’Unione Europea ha mantenuto un approccio più limitato e frammentato, lasciando la gran parte delle politiche industriali su scala nazionale. Nel frattempo, la competizione globale si concentra su un numero definito di settori ad alta crescita, destinati a ridisegnare i rapporti di forza economici entro il 2040: AI & Big Data, robotica, semiconduttori, mobilità avanzata, life sciences, energia, difesa ed e-commerce.
Le proiezioni mostrano tassi di crescita annui particolarmente elevati per AI & Big Data e robotica, con dimensioni di mercato attese nell’ordine di migliaia di miliardi di dollari. I macro-trend che alimentano tali dinamiche sono strutturali: scarsità di materie prime, tensioni geopolitiche, cambiamento climatico, digitalizzazione e trasformazioni demografiche. La domanda globale di semiconduttori è destinata a raggiungere 1 trilione di dollari entro il 2030, trainata dall’intelligenza artificiale e dai data center; nei prossimi dieci anni il fabbisogno di elettricità dei data center crescerà del 150%.
In questo scenario, gli Stati Uniti detengono la leadership in cinque degli otto settori ad alta crescita, mentre l’Ue risulta leader solo in energia e mobilità – e non nelle sue componenti più innovative, come i veicoli elettrici e a guida autonoma. L’Italia, a sua volta, presenta quote di mercato globali inferiori alla media dei principali competitor europei e un ritardo significativo nei settori legati all’intelligenza artificiale e alla robotica. Il contesto che si delinea è dunque quello di una competizione per la leadership tecnologica che ha implicazioni economiche, geopolitiche e militari. Per l’Europa e per l’Italia la posta in gioco non è soltanto la crescita, ma la capacità di preservare sovranità tecnologica , qualità del lavoro, coesione sociale e autonomia strategica.
La politica industriale non è più una scelta opzionale: è lo strumento attraverso cui orientare investimenti, ricostruire capacità produttive, integrare politiche climatiche e industriali, e colmare i divari accumulati nei settori emergenti. Ed è per questo che la dimensione europea appare essere l’unica in grado di affrontare la competizione globale in atto. Nessuno Stato membro dell’Ue, neppure il più grande può affrontare da solo una sfida di tali dimensioni.
Vi sono tre dimensioni per costruire una politica industriale con ambizione e orizzonte di lungo periodo.
La prima riguarda i cosiddetti temi abilitanti: quegli input senza i quali qualsiasi scelta industriale rischia di restare incompleta o non scalabile. In questa categoria rientrano, in primo luogo, materie prime ed energia, ovvero le basi materiali della trasformazione industriale. Anche l’intelligenza artificiale è da considerarsi come una condizione abilitante, trattandosi di una tecnologia orizzontale da considerare alla stregua delle grandi tecnologie di uso generale delle rivoluzioni industriali precedenti: una leva destinata a ridefinire l’intero sistema produttivo europeo.
Il secondo pilastro è rappresentato da due ambiti settoriali ritenuti decisivi per la competitività e l’autonomia strategica dell’Europa: da un lato lo spazio e la difesa, che rappresentano infrastrutture strategiche per la sicurezza, le telecomunicazioni e i trasporti; dall’altro le tecnologie verdi, un insieme eterogeneo ma cruciale che va dalla chimica al biotech e che costituisce l’ossatura industriale della transizione energetica.
La terza dimensione della politica industriale europea riguarda infine il nodo più spesso eluso nel dibattito politici, quello della governance e degli strumenti. Una politica industriale non si misura solo sugli obiettivi, ma sulla capacità di realizzarli. Per questo occorre concentrarsi sull’architettura istituzionale, sugli strumenti finanziari e sui meccanismi operativi necessari per tradurre le priorità strategiche in interventi concreti e scalabili.
Per dare spinta e capacità realizzativa in tempi brevi occorrerebbe sin da ora promuovere cooperazioni rafforzate per sviluppare progetti di dimensioni europee nei settori chiave della difesa dello spazio, dell’intelligenza artificiale capaci di attrarre finanziamenti europei e nazionali, pubblici e privati.
Cooperazioni che possano nascere dai paesi con maggiori capacità tecnologiche e dimensioni economiche in grado di includere successivamente l’insieme dell’Unione Europea.
Un massiccio potenziamento delle infrastrutture di calcolo ed energetiche: un’integrazione settoriale dell’AI nella manifattura e nelle pmi; strumenti comuni europei di finanziamento pubblico e privato e governance multilivello; spillover tecnologici tra ambito civile e militare; formazione di capitale umano con competenze ibride industriali-digitali. Sono tutti capitoli di una politica industriale con una visione olistica finalizzata a promuovere l’Europa come una potenza tecnologica capace di esercitare una sua autonomia strategica nel nuovo ordine internazionale che si sta determinando.
Queste riflessioni sono il frutto di un esercizio sulla politica industriale europea condotto in ambito AI con Marco Simoni e Andrea Bianchi. (riproduzione riservata)
*Ambasciatore e Of Counsel Gianni&Origoni