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Come cambia la Germania con l’inflazione
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Come cambia la Germania con l’inflazione

di Stefano Casertano
MF - Numero 111 pag. 18 del 08/06/2021

È chiaro che in molti vorrebbero avere problemi così, ma nell’anno 2021 (sedicesimo dell’era Merkel) è innegabile che un’ombra aleggi sulla Germania: quella della crisi da troppo successo. Anni di crescita, perlopiù sproporzionata rispetto al resto del continente, hanno creato le premesse di uno sviluppo ineguale fatto di tanti nodi che arrivano al pettine della politica. È una questione di modello economico e sociale. La Germania è uscita dalla crisi post-unificazione diventando una macchina da esportazione. Ha congelato i salari e ha abbassato le tasse (e con esse lo stato sociale). Il sistema ha funzionato, ma a costo di una differenza sempre maggiore nei redditi. Ma che succede nel momento in cui tutte le risorse produttive sono impegnate? Secondo le regole del capitalismo classico, ciò dovrebbe segnalare l’inizio della fine: la scarsa disponibilità di lavoratori porterebbe all’aumento dei salari, e con esso all’incremento dei prezzi della produzione, limitando il successo delle esportazioni tedesche nel mondo. Questo però non è successo, perché la Germania ha preso a importare manodopera da tutto il mondo (e dall’Europa) a ritmi mai visti prima. La soluzione sembrerebbe funzionare, ma questa dinamica ovviamente porta verso altri problemi, e in particolare crea questioni gravi d’integrazione sociale. La questione è nota e non c’è ancora soluzione. A partire più o meno dal 2006, anno dei mondiali in Germania, la pressione politica verso una «società inclusiva» si è fatta fortissima: era chiaro che di lì a poco sarebbe arrivata nuova forza lavoro ad alimentare la produzione tedesca. Nei vent’anni precedenti erano state aperte le frontiere a centinaia di migliaia di immigrati dalla Turchia senza un vero modello d’integrazione, e adesso purtroppo si è creata una società d’immigrati che rimane distinta anche dopo generazioni di permanenza. E la Germania ha fatto molti passi avanti, anche in termini di cultura aziendale. Un tempo entrare in un ufficio germanico era un’esperienza simile all’ingresso in una chiesa evangelica: arredamenti rigorosi, silenzio, pochi sorrisi e impiego pedissequo di forme elevate di tedesco. Ora è molto più comune che si parli inglese: è ovvio che un’azienda debba aprirsi alle culture internazionali per comprendere i mercati esteri. I giovani adesso sono pronti a inserirsi nei processi aziendali già dopo un paio di settimane, e non dopo i sei mesi normalmente necessari per iniziare a masticare il lemma locale, intriso di consonanti ed eccezioni. Ciò non risolve però un’altra questione: quella della forza lavoro tecnica e qualificata. L’età media degli ingegneri è 46 anni e si calcola che entro il 2026 ne serviranno 100 mila. Si tratta di un aspetto estremamente delicato per un’economia a traino industriale come quella tedesca e si sta ovviando con massicci influssi di tecnici da Paesi come l’India e, ovviamente, il resto d’Europa. La pressione sociale si sviluppa anche su altri piani e non riguarda solo gli immigrati. La situazione più urgente è quella del costo della vita: i dipendenti hanno iniziato a spendere troppo per la casa, per esempio. Berlino un tempo era la mecca dello squatting e degli affitti a basso prezzo, mentre oggi le nuove locazioni sono care quanto quelle di Monaco (con salari medi più bassi, peraltro). È per questo motivo che l’elettorato sta iniziando a preferire partiti in grado di promuovere un’agenda politica più sociale. Negli ultimi anni ci siamo chiesti spesso cosa sarebbe successo alla Germania una volta che avesse affrontato una nuova onda inflativa (come sta avvenendo con il caro-casa), e finalmente abbiamo una risposta. Non emerge un nuovo dittatore con i baffetti, ma la sinistra sociale. Magari aumenteranno le tasse, magari le aziende esporteranno di meno, ma è sempre meglio rispetto ad altre prospettive. Del resto, la Germania non può crescere per sempre. (riproduzione riservata)



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