Sono settimane che, anche a motivo dei rinnovi delle cariche ai vertici di imprese pubbliche, il confronto, soprattutto nella maggioranza, appare tutto concentrato sui nomi, passando in secondo piano il pur necessario consuntivo del lavoro svolto dai titolari di tali cariche.
Soprattutto nel caso delle non conferme negli incarichi ricoperti sarebbe doveroso indicare le motivazioni, così come rendere trasparenti i programmi per le nuove investiture. E ciò sarebbe massimamente auspicabile che avvenisse con apposite audizioni in sede parlamentare.
Per esempio, come riportato ieri su queste colonne, esisterebbe un orientamento favorevole del mercato per la conferma per un nuovo mandato dell'amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, che invece il governo intenderebbe sostituire con un altro esponente.
Premesso che la stessa cosa avvenne, sempre in Leonardo, con la non conferma, da parte dell'attuale maggioranza, di Alessandro Profumo, il quale aveva tutti i titoli per essere riconfermato, ma si decise invece di avvicendarlo proprio con Cingolani ora comunque sarebbe doveroso porre fine all'impiego di oscuri criteri, quasi «arcana imperii», e far conoscere, con riferimento ai contenuti, ai risultati e ai programmi, la ragione delle non conferme, così come le motivazioni delle nuove immissioni, sempre con riguardo ai contenuti auspicati.
Ma il rilievo della persona viene in ballo anche in altri casi e per ancora più importanti ragioni. Nell'icastico quadro descritto dal direttore Roberto Sommella sull'incrinatura del Patto si Sabilità europeo, viene riportata l'opinione di un politico secondo il quale se Mario Draghi scrivesse, dopo quello nella fase Covid, un nuovo articolo sul Financial Times a sostegno dell'adozione di deroghe al Patto in relazione all'attuale situazione economica e finanziaria, gli altri Paesi lo terrebbero molto in considerazione.
Insomma, con le argomentazioni non si consegue l'obiettivo, ma questo sarebbe raggiungibile se lo chiede una personalità riconosciuta, che così mostrerebbe virtù taumaturgiche. Ciò rappresenta nel modo migliore possibile - ammesso che l'articolo desse il risultato sperato - la crisi dell'Unione, capace di decidere solo se stimolata da un personaggio singolo, autorevole certamente, ma naturalmente non tale da sostituire le istituzioni democratiche, perché diversamente saremmo in un altro regime e non potremmo neppure lamentarci degli autocrati.
La deroga al Patto ha fondamento. È legata a circostanze eccezionali, a una congiuntura straordinaria, come prevedono le norme, ma non pertanto bisogna attendere che l'eccezionalità si mostri nella sua pienezza per reagire, quando ormai una parte dei buoi sia già fuggita dalla stalla.
La connessione con la straordinarietà va vista nei suoi progressivi sviluppi, senza che si debba passivamente attendere l'acme. Ora è vero che, con la sospensione del conflitto in Iran per due settimane, il quadro d'insieme potrà mutare, ma in questi giorni si è detto e ripetuto autorevolmente che i gravi problemi per l'economia permarranno pur dopo la fine del conflitto, anche se nessuno è in grado di prevedere per quanto tempo.
Allora agire, comunque, d'anticipo è fondamentale. È però importante che una deroga al Patto sia accompagnata, per esempio in Italia, dalla ripresa delle riforme, perché l'operazione non appaia come lassista. Dal canto suo Draghi ha dimostrato, pur non mancando dissensi, di ben meritare del Paese. Il ruolo di «deus ex machina» non gli giova affatto. (riproduzione riservata)