Negli ultimi anni il settore idrico italiano ha registrato un incremento significativo e strutturale degli investimenti e dei livelli qualitativi e quantitativi del servizio. Tra i fattori che hanno contribuito a questa crescita emergono la regolazione tariffaria e contrattuale, il consolidamento dimensionale degli operatori, il progressivo passaggio a gestioni industriali e, nell’ultimo quinquennio, la forte spinta prodotta dalle misure straordinarie di sostegno pubblico, tra tutte quella del Pnrr. Questa tendenza positiva trova conferma anche in una sempre crescente propensione da parte del mercato bancario (e non solo) a finanziare il settore, con strutture più flessibili e termini e condizioni più favorevoli per i gestori rispetto al passato.
Da qui occorre partire per risolvere una serie di criticità che incidono sulle prospettive future, specie se una parte consistente dell’incremento degli investimenti degli ultimi anni è legata a programmi e misure a carattere temporaneo e straordinario, come il Pnrr, ora in via di esaurimento. Tra le aree di maggiore attenzione e le sfide possono annoverarsi: il divario tra le regioni del Nord-Centro Italia e le regioni del Sud, che resta marcato in termini di stato e funzionamento delle infrastrutture e di livelli qualitativi e quantitativi di servizio, e la permanenza di una massiccia presenza di gestioni in economia e frammentate, che limita le capacità gestionali e la bancabilità dei relativi piani di investimento. Resta poi il problema della durata delle concessioni, con effetti negativi sulla possibilità per i gestori in scadenza di pianificare, realizzare e reperire le risorse per finanziare gli investimenti, perché i flussi di cassa generati dalla gestione del servizio in un ridotto arco temporale non sono solitamente sufficienti a consentire il rimborso dell’indebitamento entro la scadenza della concessione.
Che cosa fare dunque? Per promuovere l’incremento degli investimenti, assicurando livelli tariffari sostenibili e l’equilibrio economico-finanziario delle gestioni, sarà utile ricorrere a forme alternative di finanziamento (ad esempio gli strumenti finanziari partecipativi, o strutture di finanziamento che consorziano più operatori al fine di incrementarne il merito di credito, come già accade in alcune realtà) e/o a un più strutturato e diffuso utilizzo di strumenti come il partenariato pubblico privato, un’alternativa efficace per il finanziamento di infrastrutture complesse, in quanto capace di far convergere capitali privati in funzione di moltiplicatore delle risorse pubbliche.
Un’altra potenziale iniziativa è intervenire a livello normativo per superare il limite trentennale di durata delle concessioni, rispetto al quale sarebbe auspicabile un allineamento con la disciplina generale in materia di concessioni, così da consentire – almeno al ricorrere di improcrastinabili esigenze di nuovi investimenti – di far fronte agli interventi senza dover gravare sull’utenza né sulla prestazione di altri servizi o investimenti, né tantomeno sulle risorse pubbliche.
Capitolo a parte è poi quello dell’auspicabile riforma della disciplina in materia di società a partecipazione pubblica e del decreto legislativo 175/2016 (il cosiddetto Tusp), attraverso cui potrebbero porsi le basi per la garanzia di una maggiore competitività di queste società, che rappresentano la maggioranza degli operatori anche nel servizio idrico integrato. (riproduzione riservata)
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