A chi in questo scorcio di fine estate deve fare i conti, sempre più difficili, con i carburanti, non sarà certamente sfuggito un dettaglio. I cartelli che per disposizione governativa dovevano pubblicizzare il prezzo medio regionale della benzina e del gasolio sono spariti quasi dappertutto. Non avevano senso prima e a maggior ragione non hanno senso ora che il prezzo dei carburanti è del tutto sfuggito al controllo di chi (già, ma chi?) dovrebbe controllare.
Ed è forse questo, assieme al grottesco decreto legge che dopo Ferragosto ha prorogato di 48 ore lo sconto delle accise, il segnale più sconcertante che su tale fronte il governo è nel pallone. Mentre la crescita del prezzo alla pompa sembra decisamente inarrestabile, al punto che, dopo aver superato di slancio e ormai da tempo 2 euro al litro, viaggia spedito verso successivi e inaspettabili traguardi. In questa situazione, oltre a far circolare ipotesi suggestive di manovre calmieratrici limitate (ma in che modo?) esclusivamente ai redditi bassi, come se sulle fasce sociali meno abbienti non gravasse il rischio dell’inflazione destinata a colpire tutti gli altri beni per l’esplosione dei costi di trasporto, non si è trovato di meglio che rispolverare la parola «extraprofitti».
Un termine che appena pronunciato ha aperto crepe nella stessa maggioranza, dove la pur minoritaria fazione che si professa liberale, quella di Forza Italia, non la vuole nemmeno sentire pronunciare. Seppellendo così l’ipotesi di applicare una tassa supplementare sugli enormi guadagni degli operatori petroliferi, che per questo devono ringraziare il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e l’insensata guerra scatenata contro l’Iran. Ma il fatto che qualcuno abbia seriamente pensato a quella mossa equivale a una confessione: il governo è cosciente che ormai da mesi, da quando la guerra è iniziata, la speculazione sta agendo senza ostacoli. Perché nessuno è in grado di ostacolarla. E allora anziché fermare la speculazione si pensa di colpirne gli effetti finanziari sui bilanci delle imprese energetiche ricavandone un ulteriore incasso per lo Stato. Oltre ovviamente a quello già determinato dall’aumento dei prezzi alla pompa che fa crescere automaticamente anche il gettito dell’imposta sul valore aggiunto. Appena limato, l’incremento dell’introito dell’Iva, dai vari decreti di sconto delle accise (su cui paradossalmente si applica anche l’Iva). Ma che in definitiva continua a rappresentare pur sempre una fonte di maggiori entrate fiscali. Lo Stato cioè dalla speculazione continua a guadagnarci comunque.
A proposito dell’idea di colpire gli speculatori tassando i cosiddetti «extraprofitti» ci sarebbe anche un piccolo particolare, del quale tenere conto. La speculazione incide ovviamente anche sull’aumento dei prezzi dei carburanti alla pompa e di conseguenza sull’inflazione diretta e indotta dai costi del trasporto. L’aumento del costo della vita colpisce prevalentemente, come già detto, gli strati sociali più deboli. E questo in vista delle elezioni politiche non è un gran viatico per le forze della maggioranza. (riproduzione riservata)