La nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve, operativa dallo scorso 22 maggio, apre interrogativi importanti sull’indipendenza della banca centrale a stelle e strisce e sulle possibili conseguenze per i mercati finanziari.
Warsh in particolare continua a esprimere forti critiche nei confronti della banca centrale, in particolare sulla modalità con cui vengono fissati i tassi di interesse, i dati sull'inflazione che utilizza ed il modo in cui fornisce le previsioni sui tassi. Tutti dubbi già avanzati dal presidente Donald Trump.
Questa impostazione, spiega Mickael Benhaim, head of fixed income investment strategy & solutions di Pictet Asset Management, «lascia ipotizzare una possibile maggiore influenza del governo sulla politica monetaria, portando a tassi d'interesse maggiormente allineati alle priorità di spesa pubblica, crescita e commercio dell'attuale amministrazione».
Un simile scenario, secondo il moneym manager, «potrebbe spingere gli investitori obbligazionari a richiedere premi di rischio più elevati sul debito sovrano statunitense (attualmente il decennale rende il 4,46%, ndr), favorendo un irripidimento della curva dei rendimenti, un aumento del premio a termine dei Treasury e una maggiore volatilità del dollaro».
Guardando alle dichiarazioni del neo-presidente, Warsh ha espresso l’intenzione di voler abbandonare il targeting dell'inflazione media, il meccanismo attraverso il quale la Fed «consente alle pressioni sui prezzi di spostarsi temporaneamente al di sopra o al di sotto del suo target del 2% in favore di un regime più rigoroso», segnala Benhaim.
«Ciò significa che la banca centrale sarà più incline ad aumentare i tassi se l'inflazione supera il 2%. Lo scenario più probabile in un momento in cui i prezzi dell'energia sono in aumento è una Fed che mantiene tassi d'interesse reali più alti più a lungo, esercitando così anche una pressione al rialzo su rendimenti obbligazionari e dollaro».
Un ulteriore elemento di discontinuità con l’era del predecessero Jerome Powell, secondo l’esperto di Pictet Am, riguarda la comunicazione della banca centrale. «Warsh si è mostrato critico verso la forward guidance, una politica istituita subito dopo la crisi finanziaria del 2008 che mira a definire chiaramente la traiettoria futura dei tassi per investitori, aziende e famiglie».
Questo approccio dovrebbe teoricamente ridurre il rischio che i mercati finanziari siano colti di sorpresa. «Secondo Warsh, invece, questo strumento limita la flessibilità della Fed nei momenti in cui è necessario un improvviso cambio di direzione», sottolinea il money manager.
L’ultimo elemento di rischio riguarda «l'uso del bilancio della Fed come strumento di politica monetaria. A suo parere, gli attuali 7.000 miliardi di dollari di partecipazioni della banca centrale in titoli di Stato sono troppi e non ha fatto segreto del suo desiderio di ridurli il prima possibile», spiega Benhaim. «La sua mancanza di entusiasmo per misure come il quantitative easing suggerisce anche una minore disponibilità della Fed ad intervenire a sostegno dei mercati in caso di gravi turbolenze economiche o di mercato».
Come tenere sotto controllo questi rischi in portafoglio? Pur senza stravlgere l’allocazione generale, secondo il money manager ci sono tre misure cautelative da considerare.
«La prima è la riduzione del rischio di tasso d'interesse, concentrandosi sugli investimenti in obbligazioni a duration più bassa. Questo è dovuto al fatto che le questioni relative all'indipendenza della banca centrale e al crescente rischio di dominio fiscale - vale a dire di controllo di un governo sui tassi d'interesse - potrebbero avere effetti negativi sulle obbligazioni a più lunga scadenza».
La seconda misura «sarebbe un aumento dell'allocazione del portafoglio sul credito investment grade core, meno sensibile a tali rischi». Infine, conclude Benhaim, il terzo passo «potrebbe consistere nell'investire una fetta maggiore dei propri asset a reddito fisso nelle obbligazioni sovrane emergenti: la frammentazione dell'economia mondiale e i miglioramenti nel modo in cui vengono gestite le economie emergenti sostengono un upgrade strategico dei mercati emergenti all'interno del mix obbligazionario complessivo». (riproduzione riservata)