Nel corso della mia esperienza professionale ho avuto l’opportunità di attraversare contesti istituzionali e osservare da vicino dinamiche che per lungo tempo mi erano rimaste estranee. Quando, circa quindici anni fa, ho assunto l’incarico di segretario generale del Cnel (istituzione spesso oggetto di critiche e fraintendimenti) ho iniziato a confrontarmi con il mondo dei cosiddetti corpi intermedi e attraverso di essi con il sistema produttivo del Paese.
Quello è stato un passaggio rivelatore. Ho scoperto un’Italia fatta di imprese, di lavoro, di iniziativa: un tessuto economico vitale, composto da realtà commerciali, industriali e professionali che rappresentano l’ossatura della crescita nazionale. Ma soprattutto ho colto con chiarezza la distanza che separa il «mondo del fare» dal «mondo del dire». Per formazione e percorso appartengo al secondo: il mondo delle norme, della loro interpretazione e applicazione, dei controlli e delle verifiche. Tuttavia negli ultimi anni ho maturato una convinzione sempre più netta: il «dire» non può esaurirsi in se stesso ma deve essere funzionale al «fare».
Le regole non sono un fine bensì uno strumento. Questa tensione è oggi particolarmente evidente. Il sistema produttivo fatica a sostenere il peso di un impianto normativo e amministrativo spesso ridondante quando non paralizzante. In molti contesti di confronto tra istituzioni e imprese emerge con chiarezza un disagio: la percezione che la burocrazia anziché accompagnare lo sviluppo finisce per ostacolarlo.
Un episodio mi ha colpito in modo emblematico. Durante un convegno sui rapporti tra magistratura e mondo del lavoro un autorevole accademico sintetizzò il ruolo del giudice con una formula provocatoria: riflette, pensa, scrive, parla ma non fa. In questa distinzione è racchiusa la distanza tra chi regola e chi produce. Naturalmente il ruolo del «dire» resta imprescindibile. Senza regole non vi è convivenza civile né mercato efficiente. Tuttavia ogni norma deve essere interpretata alla luce del suo scopo: favorire il buon funzionamento della società, sostenere cittadini e imprese, contribuire allo sviluppo economico. Quando questo obiettivo viene smarrito anche la migliore delle regole perde significato.
Esiste poi una cultura amministrativa che merita una riflessione critica. Negli uffici di controllo circola da tempo una battuta: «Quando vai a chiedere qualcosa la risposta è no». Indipendentemente dalla domanda. È un atteggiamento difensivo che privilegia la negazione rispetto alla responsabilità. Dire no è più semplice e meno esposto a rischi. Dire sì invece richiede competenza, valutazione e talvolta coraggio. Ma un sistema che si limita a negare finisce per bloccare l’iniziativa. E un Paese che blocca chi produce inevitabilmente rallenta. In un contesto globale in cui le democrazie sono messe alla prova anche sul piano dell’efficienza decisionale questo tema diventa ancora più rilevante. I sistemi autoritari guadagnano terreno non solo per ragioni geopolitiche ma anche per la loro capacità di decidere rapidamente. Le democrazie al contrario rischiano di impantanarsi in processi complessi e frammentati. La sfida dunque è chiara: preservare i valori democratici senza rinunciare all’efficacia. Ciò implica un cambio di paradigma nel modo in cui interpretiamo e applichiamo le norme.
Non si tratta di allentare i controlli o di indebolire le garanzie ma di adottare un approccio più orientato alla soluzione. Quando un’impresa o un cittadino si rivolge all’amministrazione per comprendere come operare nel rispetto delle regole la risposta non può essere automaticamente negativa. Deve essere, ove possibile, un sì consapevole. E nei casi più complessi deve tradursi in un accompagnamento: un lavoro congiunto per individuare la soluzione più corretta e sostenibile. Il «mondo del dire» ha davanti a sé una responsabilità decisiva: trasformarsi da ostacolo a leva di sviluppo. Solo così potrà recuperare pienamente la propria funzione al servizio del Paese. (riproduzione riservata)
*presidente aggiunto della Sezione regionale controllo Lazio
e segretario generale
della Corte dei Conti