Avviso agli investitori distratti che dopo l’avvio del taglio ai tassi di interesse da parte della Bce hanno tolto il Btp italiano dalle loro watchlist: il mercato dei titoli di Stato tricolore è più frizzante che mai. Non solo per via dell’emissione del Btp Più, chiusa a un passo dai 15 miliardi di euro di ordini e con oltre 451 mila contratti conclusi.
L’annuncio del maxi-piano fiscale da 500 miliardi di euro in Germania e del pacchetto da 800 miliardi per il riarmo europeo hanno fatto partire nell’ultimo mese una corsa alle vendite dei titoli di Stato del continente, italiani compresi, e di riflesso un aumento dei rendimenti. Il mercato ha infatti paura che questi giganteschi programmi di spesa pubblica possano gravare sui debiti già scricchiolanti dei Paesi Ue, minacciando la loro sostenibilità di lungo periodo e di conseguenza mettendo a rischio il rimborso di capitale e interesse maturato sui rispettivi titoli di Stato.
Il meccanismo è ben evidente se si guarda a come è cambiata la curva del Btp nell’ultimo mese. Se la parte corta fino ai due anni è rimasta invariata (l’idea è che i piani fiscali non minaccino la tenuta dei debiti nell’immediato) dai tre anni in poi, e fino alla parte lunghissima, si è assistito a un innalzamento significativo dei rendimenti. Addirittura dagli otto anni in poi (peraltro la durata del Btp Più) la curva attuale ha superato quella di un anno fa, quando Francoforte doveva ancora iniziare il suo ciclo di sforbiciate ai tassi.
Alcuni esempi. Il Btp a sette anni, che fino allo scorso mese rendeva il 3,13%, ora si muove intorno al 3,3%. Ancora un po’ al di sotto rispetto a marzo 2024, quando era al 3,37%. Mentre il decennale in un mese è salito (e quindi il prezzo è sceso in misura proporzionale) dal 3,5% al 3,8%. Un anno fa era al 3,67%. In tutto ciò, un Btp decennale offre oggi un extra-rendimento di oltre 2 punti percentuali rispetto all’inflazione italiana.
Il deprezzamento dei Btp in atto sulla parte medio-lunga della curva può offrire, a seconda dei diversi profili di rischio, opportunità di ingresso interessanti, sia per chi punta alle cedole sia per chi preferisce scommettere sull’apprezzamento dei titoli. Nella t??????abella in basso Skipper Informatica ha prodotto per MF-Milano Finanza una tabella che mostra, sulle principali scadenze, i sei titoli di Stato italiani con il rendimento lordo a scadenza più alto. Solo per i Btp più corti, quelli da uno a tre anni, sono stati divise le emissioni speciali (la maggior parte delle quali legate all’inflazione italiana o a quella dell’Eurozona) e ordinarie. La tabella include anche i codici Isin delle emissioni, oltre a cedole, maturità, quantità media scambiata negli ultimi 10 giorni (quindi la liquidità), rendimenti netti e al netto del capital gain.
Quest’ultima voce merita un ulteriore approfondimento. Per rendimento al netto del capital gain si indica quello calcolato tenendo conto della tassa sul capital gain (plusvalenze) o del credito fiscale sul capital loss (minusvalenze). Ad esempio, se l’investitore compra un’obbligazione a 97 (sotto la pari) e questa viene rimborsata a 100 (cioè alla pari) il calcolo tiene conto anche dell’ulteriore tassazione che verrà applicata al guadagno in conto capitale, tra 97 e 100. Se al contrario il titolo quota 102 e rimborsa a 100 alla scadenza, il rendimento al netto del capital gain sarà più alto di quello netto normale, ma si tratta di fatto di un rendimento virtuale perché l’investitore matura un credito di imposta che dovrà utilizzare, per non perderlo, nei quattro anni successivi alla scadenza dell’obbligazione.
Non c’è dubbio che le scadenze brevi siano oggi quelle che riscuotono più interesse dai gestori e dai professionisti degli investimenti. Le motivazioni sono essenzialmente due. Primo: in una fase di forte turbolenza dei mercati azionari i titoli di Stato in euro a breve scadenza (Btp incluso) riescono a fare da cuscinetto ai saliscendi delle borse nell’ambito di un portafoglio bilanciato. Secondo: le scadenze brevi non inglobano i rischi di finanza pubblica legati ai piani fiscali che invece potrebbero mettere sotto pressione quelle medie e lunghe.
Una scelta per investitori prudenti, in grado di battere l’inflazione correndo rischi tutto sommato contenuti. In questo ambito un risparmiatore può scegliere due strade. La prima sono i Btp ordinari: si può scegliere ad esempio un titolo con scadenza ad aprile 2028, intascando una cedola annua del 3,4% (pagata semestralmente) e portandosi a casa un rendimento lordo a scadenza annuo del 2,56% (2,12% il netto), visto che il titolo prezza attualmente sopra la pari, intorno a 102,5.
Il piano B potrebbe essere quello di orientarsi verso titolo indicizzati all’inflazione, scommettendo magari sul fatto che la guerra dei dazi innescata da Donald Trump possa portare a una nuova fiammata del carovita, in Italia così come nella zona euro. Sulle scadenze brevi il rendimento più alto in assoluto lo si prenderebbe oggi con un Btp Italia in scadenza a marzo 2028, che ha una cedola base del 2% (pagamento semestrale) più la rivalutazione all’inflazione italiana Foi, l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie al netto dei tabacchi. Oggi con questo titolo ci si porterebbe a casa un 3,02% di rendimento lordo, ma il dato può chiaramente cambiare in base alle variazioni del carovita.
Le scadenze intermedie possono rappresentare oggi un discreto compromesso per sfruttare il ribasso dei prezzi dell’ultimo mese. Alcuni titoli interessanti, mettendo un attimo da parte la scommessa sull’inflazione, possono essere trovati nelle scadenze tra cinque e sette anni. Un esempio è un Btp a sei anni in scadenza nel novembre 2031, che prezza sotto la pari (circa 98,8) dopo aver toccato un massimo lo scorso dicembre a un passo da 102. A fronte di una cedola del 3,15% con pagamento semestrale permetterebbe oggi, con la piccola plusvalenza data dal rimborso alla pari, di portasi a casa un 3,38% lordo e un 2,98% netto. Il titolo è il più scambiato nella sua categoria, con oltre 7,5 milioni medi negli ultimi 10 giorni.
Sempre sulla scadenza dei sei anni si possono poi trovare dei titoli particolarmente economici: un Btp in scadenza ad agosto 2031, ad esempio, tratta attualmente sotto 85 e ha un rendimento lordo a scadenza del 3,28%. Attenzione però a un’avvertenza: la cedola è solo dello 0,6%. Quindi, se si compra un titolo di questo tipo, o si scommette su un suo apprezzamento per poi rivenderlo e incassare la plusvalenza, oppure per godere del rendimento finale bisogna per forza aspettare la scadenza, quando il bond verrà rimborsato alla pari. Nel corso della vita del bond le cedole sono pressoché inesistenti: con un investimento di 8.488 euro (presupponendo l’acquisto di 10 Btp) si portano a casa, lordi, appena 30 euro ogni sei mesi.
Il titolo a 10 anni merita un capitolo a parte, e non solo perché convenzionalmente è il termometro dello stato di salute delle obbligazioni sovrane. Come esempio si può prendere il più scambiato degli ultimi 10 giorni, un Btp con scadenza nel marzo 2035 che prezza sotto la pari (circa 96,5) dopo aver superato a dicembre scorso quota 102. La cedola è interessante: 3,35% con pagamento semestrale. In buona sostanza, con poco meno di 10 mila euro oggi si porterebbero a casa ogni sei mesi (lordi) 167,5 euro per 10 anni. Considerando il rimborso alla pari, ci sarebbe anche margine per un’extra-plusvalenza alla fine, per un rendimento lordo complessivo del 3,81% (e netto del 3,37%). Ma se le cose fronte debito andassero male e i prezzi continuassero a scendere, si correrebbe il rischio di dover tenere il titolo fino a scadenza, pena una minusvalenza importante.
C’è infine un’opzione per chi volesse investire in titoli di Stato oggi con un profilo di rischio più aggressivo: tentare la scommessa sui Btp a lunghissima scadenza. Che in realtà, dati alla mano, sono tra i più gettonati in assoluto: due di essi, in scadenza nel 2054 e 2053, hanno infatti registrato negli ultimi 10 giorni scambi medi giornalieri di 46 e 45 milioni di euro.
Un titolo di Stato di questo tipo potrebbe essere piuttosto duttile in portafoglio. Si prenda ad esempio il più scambiato, un Btp con scadenza nell’ottobre del 2054 e cedola del 4,3%, pagata su base semestrale. Tradotto: chi ci investisse poco meno di 10 mila euro si porterebbe a casa ogni sei mesi 215 euro lordi per 29 anni.
Il titolo oggi prezza 95,7, il che spingerebbe il rendimento a scadenza lordo annuo al 4,6% (e netto al 4,05%). Emesso a settembre scorso come trentennale, questo Btp è schizzato a 108 a dicembre, per poi perdere quota a febbraio, fino ai livelli attuali. Un investimento di questo tipo si può prestare a varie strategie: vedere se il prezzo scende ancora e provare l’ingresso, comprare subito aspettando una finestra di apprezzamento (che in 29 anni è possibile) per poi rivendere e incassare la plusvalenza, oppure tenerlo per cristallizzare cedole elevate e periodiche. Ovviamente, rispetto ad altri Btp un investimento di questo tipo richiede due fattori: tempo e tolleranza al rischio. (riproduzione riservata)