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Brexit, perché i muscoli britannici sono un bluff
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Brexit, perché i muscoli britannici sono un bluff

di Stephen Fidler
13 ottobre 2017, 20:37 Ultimo aggiornamento: 20:47

Molti economisti sono convinti che il fallimento dei negoziati tra Ue e UK avrebbero un impatto molto profondo, più di quanto finora previsto, sull’economia, i prezzi e la produttività del Regno Unito. La minaccia di un no-deal da parte della May ha dunque un’efficacia molto limitata. Il caso dei 17 km di fila a Dover

La prospettiva di una Brexit che finisce senza un accordo (No-deal) sta riportando la tensione tra i politici britannici. Il Primo Ministro Theresa May ha gettato ai conservatori un osso promettendo che, pur sperando in un successo nei negoziati con l’Unione europea, sta preparando il terreno per un’alternativa in caso di fallimento dei colloqui. Solitamente si prepara uno scenario di no-deal per due motivi: la prudenza e per avere un’arma negoziale in più: solo se l’UE fosse convinta della volontà del Regno Unito di non arrivare a un accordo sarebbe motivata a offrire al Regno Unito un buon accordo.

Ma c'è motivo di dubitare che una simile posizione, spesso avanzata dai sostenitori della Brexit, possa avere un peso considerevole come tattica negoziale. In primo luogo, perché il tempo non è a suo favore. In assenza di un periodo di transizione in cui le norme commerciali rimangono immutate dopo la Brexit day del marzo 2019, la portata della preparazione necessaria (compresa la costruzione di ampie infrastrutture portuali per far fronte all'aumento della burocrazia doganale) è troppo ambiziosa per essere realizzata nei prossimi 17 mesi.

In secondo luogo, chi decide all’interno della Ue è convinto che il danno sarebbe largamente peggiore per l’economia del Regno Unito rispetto a quella dell'Unione. Certo, il blocco Ue ne soffrirebbe, in alcuni luoghi e settori in modo abbastanza significativo, ma la maggior parte dei modelli economici prevedono che il Regno Unito dovrebbe affrontare una di gran lunga peggiore crisi economica.

Ci sono infatti due scenari potenziali di Brexit in caso di un No-deal, come ha sottolineato mercoledì 11 il cancelliere dello scacchiere Philip Hammond ad una seduta della Camera dei Comuni. C’è quello che ha definito un No deal malmostoso, in cui in seguito al non accordo tra le due parti per molte aziende dell'UE non esisterebbe alcuna base giuridica per fare affari con il Regno Unito; un risultato caotico, in cui è teoricamente concepibile, anche se altamente improbabile, che vengano interrotti anche i voli tra l’UE e il Regno Unito.

C'è poi un No-deal ordinato, con un mutuo riconoscimento delle parti di non riuscire a raggiungere un accordo su un accordo commerciale preferenziale. Gli scambi commerciali tra l'UE e il Regno Unito si sposterebbero verso condizioni definite come quelle “della nazione più favorita” in base alle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), introducendo tariffe doganali e una serie di procedure di sdoganamento che finirebbero per appesantire i liberi flussi commerciali tra l’UE e il Regno Unito.

Michel Barnier, il capo dell’UE per i negoziati di Brexit, ha dichiarato giovedì: “Un No deal sarebbe un pessimo affare". E non è l‘unico: anche nel caso di un'uscita senza accordo ma più ordinata, un numero crescente di economisti ritiene che alcune previsioni, tra cui quella del Tesoro del Regno Unito, abbiano sottovalutato il probabile impatto a lungo termine.

Essi osservano che così come in passato molti modelli econometrici avevano sottovalutato gli eventuali effetti benefici di accordi commerciali preferenziali sull' integrazione economica, la produttività e la crescita, all’inverso i modelli convenzionali possono sottovalutare l'impatto sulla crescita derivante dalla rinuncia a un accordo commerciale con l’UE.

Please click here to read this article in English on The Wall Street Journal


(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

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