Brexit è il tipo di rischio che gli investitori azionari odiano: imprevedibile, rumoroso, irrazionale. Ma proprio lì può trovarsi l'opportunità.
I negoziati sul ritiro del Regno Unito dall'Unione Europea hanno raggiunto un nuovo punto di minimo il mese scorso. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha pubblicamente respinto l'ultima proposta britannica sui termini commerciali dell’accordo. In risposta, il primo ministro britannico Theresa May ha dichiarato di aspettarsi dalla Ue rispetto, mentre il ministro degli esteri, Jeremy Hunt, domenica 30 ha messo a confronto l’Unione europea con la “prigione” dell'Unione sovietica.
A sei mesi di distanza dalla scadenza per un accordo, molti investitori internazionali si sono annoiati ad assistere al ping pong politico, e ciò ha reso il mercato azionario britannico il meno amato in Europa. Secondo il sondaggio di settembre di Bank of America Merrill Lynch, il 42% dei gestori di fondi interpellati mostra di avere un pregiudizio al riguardo nel corso del prossimo anno. Per l'Italia, un paese alle prese con un caos politico interno, il responso è meno del 20%.
Ma c'è la possibilità che questa stanchezza stia dando cattivi consigli di investimento.
Le azioni di piccole e medie imprese britanniche, più esposte al destino dell'economia interna rispetto a quelle dell'indice FTSE 100, il mese scorso sono scese al livello più basso dall'inizio del 1996, rispetto ad altri mercati azionari del mondo sviluppato. Anche le multinazionali blue-chip quotate nel FTSE 100, che ottengono tre quarti dei loro ricavi dall'estero, sono scambiate con uno sconto significativo rispetto a quelli dello S&P 500 o dello Stoxx Europe 600.
E non è solo perché il Regno Unito ha più banche e minatori, settori che tendono ad avere valutazioni più basse. Settore per settore, le azioni britanniche risultano quelle più a buon mercato, con la sola eccezione dei titoli industriali. Al contrario, lo sconto a cui lo Stoxx Europe 600 negozia rispetto allo S&P 500 scompare quando lo si scompone a livello dei diversi settori, anche per la quota molto maggiore di titoli tecnologici nel benchmark statunitense. Lo stesso vale per lo sconto apparente rispetto alle azioni dei mercati emergenti.
Un Brexit no-deal è ancora un pericolo da tenere in considerazione. Nel breve termine, il dolore sarebbe trasmesso attraverso le valute. I mercati delle opzioni implicano una maggiore probabilità di caduta della sterlina nei prossimi sei mesi rispetto a una risalita.
Tuttavia, questo potrebbe rivelarsi un rischio accettabile. Nel 2016, dopo il voto Brexit la sterlina è scesa al massimo del 14%, ma le azioni del Regno Unito detenute da investitori basati in dollari hanno perso meno di un terzo di quella percentuale. Non ci si aspetta che la sterlina cali così tanto questa volta, come dimostrano implicitamente le opzioni. E c'è molta potenzialità al rialzo: un accordo all'ultimo minuto, nella vera tradizione europea, rimane lo scenario più probabile.
A più lungo termine, qualsiasi accordo sia o meno concluso, avrà grandi conseguenze per le aziende britanniche, dato che l'Unione Europea e il Regno Unito si stanno gradualmente allontanando economicamente. Ma questo probabilmente si protrarrà per decenni, non per anni. Gli investitori di solito non pensano così a lungo.
Nel pieno delle scommesse, puntare su uno dei paesi più ricchi e meglio collegati al mondo nel momento in cui sta rivedendo i suoi accordi commerciali dovrebbe sembrare meno rischioso che scommettere sul destino del mondo emergente, o probabilmente anche sul potenziale di crescita dell'Italia all'interno della zona euro.
