La Bce ha annunciato che sta per terminare il programma di quantitative-easing, e in un editoriale di venerdì 15 il Wall Street Journal ha fatto i complimenti a Mario Draghi per non aver lasciato questo compito al suo successore. Ecco perché.
Il Presidente della Bce non può essere biasimato per il fatto che molti governi europei non hanno seguito il suo consiglio, quello di realizzare le riforme. Il dibattito principale ora è se il Qe ha funzionato. I governi, gli investitori e i cittadini sono certamente più fiduciosi sul futuro dell’eurozona di quanto non lo fossero quando Draghi annunciò il Qe nel gennaio 2015. Da allora l’euro è sopravvissuto a una terza crisi greca, al voto britannico della Brexit, un’elezione olandese da brividi, a un parlamento tedesco appeso per mesi, alla presidenza francese di François Hollande, e ora vedremo se è in grado di sopravvivere al populismo italiano.
Quanti miracoli ci si aspetta ancora da Mr. Draghi? Per quanto riguarda la misura dell’efficacia del Qe, il dibattito durerà per gli anni a venire. Forse l’eroismo di Draghi, manifestato con il Qe e altre misure come il tasso di interesse negativo e la concessione di liquidità sussidiata alle banche ha avuto un ruolo nell’elevare il pil dell’eurozona a un tasso di crescita con punte fino al 2,8%.
Ma anche i sostenitori del Qe ammettono che la crescita è stata più forte nelle economie da cui ci si aspettava crescita anche prima del Qe, come la Germania, i Paesi Bassi e le economie ex comuniste dell’est. Ritardatari cronici come l’Italia e la Francia prima di Emmanuel Macron hanno continuato a ritardare. Anche l’inflazione che la Bce si è prefissata è stata disomogenea.
La crescita in Europa sta nuovamente rallentando, ferita dai timori di un crescente protezionismo in America, da un caos politico maggiore del solito a Roma e dal blocco delle riforme in Germania sotto la nuova coalizione di Angela Merkel. Draghi ha ripetutamente avvertito l’eurozona che le riforme politiche dovevano seguire l’alchimia monetaria per produrre una crescita sostenuta. Solo Macron ha ascoltato.
Toccherà al successore di Draghi il prossimo anno dire quando e come ridurre le posizioni della Bce nelle obbligazioni che ha accumulato con il Qe. Il bilancio della banca si è gonfiato fino a raggiungere un sorprendente 43% del pil, contro il 23% circa della Fed. Il prossimo Presidente dovrà anche decidere se i tassi di interesse negativi possono trasformarsi in una condizione permanente. La grande incognita per i governi, i mercati e la banca centrale sarà come la normalizzazione monetaria interagirà con le finanze pubbliche e con economie che stanno mostrando segni di tensione. Inoltre la crescente divergenza tra i tassi Fed e Bce indebolirà l’euro e distorcerà i flussi di capitali. Se la lunga fine del Qe causerà problemi, Draghi potrà sempre dire di essere intervenuto quando i politici non avevano il coraggio di farlo, e di aver avvertito i leader europei che potevano fare di meglio.
