Mi fermo un attimo a riflettere sui numerosi reportage che ho letto in questi ultimi anni sulla stampa internazionale in merito al Brasile. Un autentico disastro, dove il filo conduttore è stato sempre qualcosa di sbagliato che stava accadendo in Brasile o che il governo in carica stava provocando. Tutto sempre scritto da osservatori internazionali che non vivevano nel day-by-day in Brasile ma avevano a cuore il tema. Prima considerazione di circostanza.
Osservo nello stesso periodo l’evoluzione dell’economia brasiliana e constato alcuni fatti che trovo interessanti. Il mio osservatorio è meno autorevole e io vivo a San Paolo da 20 anni. Il Brasile si distacca dal resto dell’America Latina per le sue dimensioni, non solo geografiche, ma anche economiche, infatti il suo pil è maggiore di quello tutti gli altri Paesi messi assieme. Ma il paragone in realtà va inquadrato in modo più ampio, visto che anche le altre economie mondiali non escono così bene dalla pandemia.
Le riserve in dollari sono molto cospicue, circa 350 miliardi, e si sono mantenute stabili durante la pandemia. I tassi di interesse sono scesi un paio di anni fa al 2%, al minimo storico, e poi sono saliti all’attuale 13,75% con un’azione molto rapida implementata dalla Banca Centrale brasiliana impegnata nella lotta all’inflazione, salita prima al 12% e adesso scesa al 7%. La politica monetaria ha funzionato e il Brasile è il primo paese che ha cessato di alzare i tassi di interesse e procede adesso in una direzione opposta. In uno scenario mondiale in cui l’inflazione è un grattacapo generale fa riflettere.
Anche leggendo le stime di due banche di investimento, rispettivamente Jp Morgan e Morgan Stanley, constato che il pil crescerà del 2,8% quest’anno e ci sono parecchie informazioni incoraggianti sulla economia brasiliana, unitamente al fatto che molte aziende si sono quotate in borsa di recente: basti pensare che nel 2021 c’è stato un boom con 46 Ipo, quindi un mercato di capitali molto vivace. E nel mercato del lavoro il tasso di disoccupazione è sceso dal 13% al 9% negli ultimi 12 mesi.
Arrivo a una prima conclusione: in Brasile l’economia migliorava di notte mentre il ministro dell’Economia Paulo Guedes dormiva.
Mi fermo un attimo dopo le elezioni che domenica scorsa hanno lasciato un Paese letteralmente diviso in due e leggo la stampa internazionale. Non ho mai letto così tanti articoli in chiave positiva sul Brasile in così poco tempo, tanto da sentirmi inebriato e felice di abitare in Brasile. «Senza contraddizione non c'è vita», diceva Mao Tse-tung.
Dunque alla luce di quanto osservato non posso che essere molto ottimista con il nuovo governo Lula. È un politico di grande esperienza e capace di fare accordi di coalizione e di ampio respiro. Questo serve perché si trova un congresso che è espressione dell’ala conservatrice e con cui deve fare i conti se vuole governare e vedersi approvate le leggi. Peraltro i senatori in Brasile durano in carica otto anni per cui vanno ben al di là di un mandato presidenziale. Lula ha già dichiarato che il tema ambientale sarà una delle sue priorità e questo è un tema molto caro alle attenzioni internazionali. Così agli investitori che sono accorsi in questi anni in Brasile, primo tra i Brics a sapere attrarre investimenti diretti, si uniranno altrettanti investitori che magari volevano investire già prima ma si sentivano a disagio.
Sono pronto a vedere il Brasile diventare l’alternativa geopolitica, visto che Russia e Cina per ragioni diverse escono dal radar di alcune rilevanti negoziazioni, e sono pronto a leggere sulla stampa internazionale un lato, quello buono e forse dimenticato del Brasile. Potremmo forse pensare a un nuovo momento aureo, emblematico, il Lula gold standard? (riproduzione riservata)
*managing partner Gm Venture, presidente Camera di Commercio di San Paolo