Il Treasury americano, l’obbligazione governativa della prima economia al mondo, si è trasformato negli ultimi mesi in un rebus complesso da decifrare. Nel mix esplosivo ci sono diversi fattori. Da una parte le mosse della Federal Reserve, ferma nelle sue intenzioni di non tagliare di nuovo (per ora) i tassi di interesse dopo la maxi-sforbiciata di 50 punti base di settembre scorso. Dall’altra il disallineamento nelle politiche monetarie tra la Fed e la Bce, che invece sta tagliando con regolarità i tassi. E poi c’è un terzo fattore: l’arrivo di Donald Trump alla presidenza, che con le sue politiche protezionistiche (dazi in primis) sta facendo decollare il cugino di primo grado dei bond sovrani a stelle e strisce, il dollaro (sempre più vicino alla parità con l’euro).
L’esito di tutti questi fattori incrociati lo riassume Giacomo Calef, country head Italia di NS Partners: «Negli Stati Uniti il mercato obbligazionario sta affrontando un'ondata di vendite senza precedenti. I rendimenti dei Treasury a 10 anni sono passati dallo 0,92% alla fine del 2020 a circa il 4,79% nel gennaio 2025, riflettendo un calo significativo dei prezzi delle obbligazioni». All’inizio di questo mese il decennale si aggirava intorno al 4,5%, in calo rispetto al picco di gennaio ma comunque ben al di sopra del 3,5% del Btp di pari durata. «Anche il comportamento degli investitori è cambiato», prosegue Calef, «con un notevole spostamento verso i bond corporate».
Se da un lato i rendimenti ancora elevati (anche il biennale, ad esempio, è intorno al 4,2%), sempre tenendo conto tutte le incognite del rischio di cambio con il dollaro forte, dall’altro per l’apprezzamento dei bond sovrani a stelle e strisce potrebbero prospettarsi tempi duri. La tabella Fida in pagina censisce 10 fondi obbligazionari arrivi sui bond sovrani americani per rendimento da inizio anno: la loro performance media è negativa dello 0,5% (solo due sono sopra la parità), che passa però al 5,9% (con punte sopra l’8%) su un orizzonte annuo. Lato commissioni, la media è dello 0,85%, con un massimo del 2,2% e un minimo dello 0,4%.
Guardando all’intera categoria dei fondi obbligazionari Usa Monica Zerbinati, analista finanziaria di Fida, fa notare che «i dati relativi all'ultimo anno mostrano un rendimento negativo pari al -2%, con un andamento che si deteriora ulteriormente nel medio-lungo termine: -5% su un orizzonte decennale». Le oscillazioni al rialzo sui rendimenti obbligazionari provocati dalle mosse della Fed «hanno penalizzato i titoli a lunga durata, evidenziando come i fatti macro abbiano un impatto inevitabile su questi strumenti», osserva Zerbinati. Tuttavia, i fondi obbligazionari governativi a breve-medio termine «hanno evidenziato una maggiore tenuta, con un rendimento positivo del 9% a un anno e del 15% a tre anni: questo risultato riflette una minore esposizione al rischio di duration».
Tra i comparti in graduatoria il migliore da inizio anno è di Fineco Asset Management e si chiama Fam Series Us Dollar Bond: nel 2025 rende lo 0,5%, ma con commissioni alte (2,2%). Visto che il mercato «si attende solo un taglio da parte della Fed nel 2025», osserva il fixed income portfolio manager, Feargal Deery, «qualsiasi sorpresa in tal senso potrebbe avvantaggiare le emissioni con scadenza più ravvicinata: ne consegue la preferenza per le obbligazioni dai due ai cinque anni». Al contrario e obbligazioni a più lunga scadenza, afferma il money manager, «risultano più vulnerabili all’aumento delle emissioni, e quindi più esposte alle politiche fiscali espansive della nuova amministrazione repubblicana» di Donald Trump.
Si concentra sulle brevi scadenze il fondo US Short-Term Bond di Janus Henderson (-0,3% nel 2025, +8,4% a un anno con costi dello 0,5%). Perché le scadenza più contenute? «Anche se l'inflazione si dimostrasse più stabile», osserva Greg Wilensky, head of Us fiexed income, «gran parte di questo rischio è già prezzato e la Fed è in una buona posizione per tagliare i tassi in modo più aggressivo se l'economia si indebolisce più del previsto». I rendimenti più elevati nella parte iniziale della curva «consentono al reddito fisso di fornire un’ancora e di riportare la normalizzazione delle correlazioni tra tassi e spread», elenca il money manager, oltre al fatto che «la gamma di esiti per la parte lunga della curva rimane elevata, con l'incertezza della politica fiscale».
Con i comparti Bond Dollar Prestice e Obbligazionario Governativo Us Anima inizia il 2025 con performance negative dello 0,84% e 0,85% (+4,8% e +4,3% a un anno), e commissioni dello 0,85% e 1,2%. Yuri Basile, responsabile obbligazionario governativo, sottolinea come, «in un contesto in cui gli Stati Uniti emergono come l’unica area in grado di crescere grazie alla domanda interna, in cui la situazione geopolitica è incerta e in Europa mancano leadership forti nei due Paesi principali», il tasso di cambio «potrebbe rappresentare un utile strumento di diversificazione rispetto a portafogli eurocentrici, piuttosto che un rischio da mitigare»: tanto più che le scadenze dei Treasury «hanno rendimenti ben sopra il 4%, il che significa che il mercato non esprime attese eccessive sulla politica monetaria» della Federal Reserve. (riproduzione riservata)