A inizio settembre, tre giorni dopo il divieto delle autorità cinesi di raccogliere fondi emettendo criptovalute, una donna ha incontrato una mezza dozzina di persone in un golf club di Pechino per proporre un investimento in valuta digitale. Per oltre un’ora e mezza, la relatrice, che si è presentata come signora Zhang, ha rappresentato una società di logistica impegnata a promuovere un investimento che, stando a una registrazione audio ascoltata dal Wall Street Journal, in due o tre anni renderebbe agli acquirenti 40 volte il capitale investito. «È un progetto di finanziamento», ha illustrato Zhang. «Si chiama valuta virtuale». Inoltre, la signora ha esortato il pubblico a non divulgare l’opportunità, poiché i guadagni avrebbero potuto essere ridotti dall’interesse di altri investitori, continua la registrazione.
Mentre Pechino inasprisce la repressione chiudendo le sedi in cui le valute digitali sono scambiate, le presentazioni clandestine in cui si richiedono a ciascun uditore fino a 100 mila dollari hanno luogo lontano dagli occhi degli organi di vigilanza. Parte dell’attività che avveniva su piattaforme online facilmente accessibili si sposta in uffici che danno poco nell’occhio e servizi di messaggistica in rete.
In una conferenza sulle criptovalute tenuta a Hong Kong in settembre, i partecipanti hanno discusso su come il commercio di bitcoin e altre valute digitali potrebbe continuare malgrado il giro di vite. «Puoi chiudere le piattaforme di scambio, ma non puoi spegnere la domanda di tali strumenti», sottolinea Leon Liu, ceo di Bitkan, società che fa trading di bitcoin a Shenzhen. «Il governo non ha alcun mezzo per controllare le vendite offline», ha aggiunto specificando che Bitkan non si occupa di investimenti illegali. Reclamizzate come opzioni sicure, negli ultimi anni le valute virtuali hanno cavalcato la rapida digitalizzazione della finanza cinese. Le preoccupazioni per l’irrazionale esuberanza sono cresciute dopo che anche i singoli hanno cominciato ad affollare programmi di investimenti in valuta digitale che, per la polizia cinese, in alcuni casi somigliavano a fondi piramidali. Stando ad alcuni invitati, gruppi di investitori sono stati a volte portati a seminari in luoghi segreti rivelati dagli organizzatori poco prima delle riunioni.
A sentire gli organi ufficiali, la stretta su bitcoin e altre valute digitali è dovuta ai legami con attività fraudolente di alcuni di questi progetti, che mettono gli investitori a rischio. «Molte offerte iniziali di moneta (Ico) erano solo truffe per raccogliere fondi in assenza di chiare regole sui rendimenti», ha ricordato Regina Lai, direttore commerciale di Sosobtc, portale d’informazione sulla tecnologia finanziaria. «Come in qualsiasi speculazione, è possibile guadagnare molto ma anche perdere altrettanto». La polizia nella città meridionale di Haikou a maggio ha posto fine a un giro che vedeva coinvolte 28 persone che avrebbero spillato 620 milioni di dollari a 40 mila investitori. Il gruppo aveva promosso un investimento in valuta virtuale denominato «Asia-Europe Coin» che, secondo quanto riportato, prometteva una crescita di 200 volte il valore iniziale in meno di un anno. In seguito alla forte repressione, i seminari sull’investimento in criptovalute, che un tempo richiamavano centinaia di persone, oggi continuano ma in ambienti ristretti. Nella registrazione esaminata dal Wsj, Zhang passa in rassegna le misure che le autorità cinesi hanno messo in campo per limitare lo scambio di criptovalute.
«La Cina ha bandito le Ico», ha detto, riferendosi alle vendite di valute virtuali da parte di aziende e startup. La presentazione è un mix di verità e finzione: «La Cina non ha inventato le Ico. Sono state le Nazioni Unite. Le Ico sono spesso truffe. Non è il nostro caso. Noi abbiamo molti asset reali», recita il nastro. Le offerte iniziali di criptovaluta sono state introdotte nel 2013 da piattaforme digitali indipendenti e non dalle Nazioni Unite. La presentazione di Zhang coincide con una relazione disponibile online diffusa ai partecipanti e ad altri potenziali investitori, e che è stata visionata anche dal Wsj.
Il discorso, in lingua cinese, descrive un’entità denominata Iba Global Business Alliance che dovrebbe gestire strutture portuali e logistiche a Shanghai, Los Angeles e Hong Kong. Per finanziarsi, Iba avrebbe elaborato una wealth currency, denominata Rec, che potrebbe essere trasferita facilmente oltrefrontiera e che si sarebbe apprezzata notevolmente negli ultimi due anni.
Non è chiaro se esista davvero. I tentativi di raggiungere la Zhang sono stati vani. Un sito web che sembra appartenere a Iba indica che l’entità è di proprietà di Guangzhou Aibijia Internet Technology, società costituita nel luglio 2015 nella città di Guangzhou. Il sito mostra un’animazione video simile a quella inserita nella presentazione. Le richieste di informazioni all’azienda sono state rivolte a un assistente esecutivo che ha inizialmente confermato l’esistenza del progetto Rec. Nelle telefonate successive ha informato che l’amministratore delegato non avrebbe risposto a domande e ha aggiunto di non essere sicura che la società stesse ancora accettando investimenti nel programma Rec.
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