L’utile annuale di BHP supera le stime, grazie ai prezzi record del rame, e sostiene il dividendo, il più alto degli ultimi quattro anni. L’utile sottostante dell’intero esercizio, terminato il 30 giugno, è aumentato del 30% a 13,20 miliardi di dollari, oltre i 12,66 miliardi previsti dal consenso di Visible Alpha. Al netto delle componenti straordinarie, tra cui una svalutazione di 2,3 miliardi annunciata in precedenza sul progetto di potassio Jansen e i costi legati al cedimento della diga di Samarco, l’utile è aumentato del 9%, sfiorando i 10 miliardi di dollari.
L’utile operativo della divisione rame, pari a 18,19 miliardi di dollari, ha superato quello di 14,53 miliardi del minerale di ferro, diventando così la principale fonte di utili della più grande società mineraria quotata al mondo.
L’amministratore delegato, Brandon Craig, che ha assunto la guida del gigante australiano a luglio ed è concentrato sull’attuazione di un importante piano di crescita, che comprende l’espansione delle attività nel rame in Sud America e Australia, oltre all’ingresso nel settore del potassio, un minerale utilizzato nei fertilizzanti, ha sottolineato il portafoglio di progetti del gruppo che potrebbe aumentare la produzione di rame fino al 40% entro il 2035, nonostante un calo della produzione nel breve periodo. «Il rame, il carbone metallurgico, il carbone da coke e il potassio sono elementi fondamentali per lo sviluppo del mondo. È per questo che stiamo procedendo il più rapidamente possibile e portando queste materie prime sul mercato», ha dichiarato Craig.
L’aumento programmato della produzione di rame di BHP non sarà privo di difficoltà. La produzione attuale delle miniere in Cile è in calo a causa anche dell’invecchiamento degli impianti. Per compensare questo trend saranno necessari miliardi di dollari di investimenti a Escondida e nella grande miniera di Olympic Dam, nell’Australia Meridionale, che ha registrato la produzione più elevata degli ultimi vent’anni. «Il potenziale massimo di Olympic Dam arriva fino a 1 milione di tonnellate annue di produzione equivalente di rame», ha dichiarato Craig. «Si tratta più o meno della stessa scala che vediamo attualmente a Escondida, ma la differenza è che Olympic Dam è un’attività posseduta al 100% da BHP, rispetto alla partecipazione del 57% detenuta in Escondida».
Con il debito netto sceso a 8,69 miliardi di dollari, al di sotto sia dell’intervallo obiettivo di 10-12 miliardi sia della stima del consenso Visible Alpha di 9,10 miliardi, la società ha annunciato un dividendo finale di 99 centesimi per azione (payout ratio del 72%), portando la distribuzione complessiva dell’esercizio a 1,72 dollari per azione, il livello più alto degli ultimi quattro anni, ha precisato il gruppo minerario.
Di riflesso il titolo BHP ha guadagnato il 2,65% a 63,85 dollari australiani, dopo aver raggiunto il massimo degli ultimi due mesi a 64,79 (+54% negli ultimi 12 mesi). «Il dividendo finale di 99 centesimi è il dato che attirerà maggiormente l’attenzione degli investitori», ha osservato Josh Gilbert, analista di eToro. «Porta il dividendo complessivo dell’esercizio a 1,72 dollari per azione, mentre il debito netto è sceso a soli 8,7 miliardi di dollari. BHP sta dimostrando di poter investire pesantemente nella crescita senza chiedere agli azionisti di rinunciare ai propri rendimenti».
«Ho apprezzato molto il dividendo, è stato nettamente superiore alle attese», ha commentato anche Andy Forster, gestore di Argo Investments che detiene azioni BHP. «Nel complesso, risultati solidi, con il rame a fare tutto il lavoro», ha aggiunto, osservando che BHP sta puntando sulla crescita nel lungo periodo, anche se non sono ancora state prese le decisioni finali sugli investimenti e la spesa in conto capitale dovrebbe aumentare di oltre 1 miliardo di dollari il prossimo anno.
I prezzi del rame sono saliti quest’anno a livelli record, superando i 14.000 dollari per tonnellata (record intraday a gennaio a 14.527,50 dollari per tonnellata), spinti dalla rapida espansione dei data center per l’intelligenza artificiale, fortemente energivori, e dalla transizione globale verso fonti di energia più pulite. BHP ha previsto che la domanda globale di rame crescerà fino a oltre 50 milioni di tonnellate all’anno entro il 2050, rispetto ai 34 milioni di tonnellate previsti per quest’anno.
Questo ha intensificato la competizione tra le società minerarie per assicurarsi giacimenti di rame di alta qualità. Il ceo Craig ha anche affermato che BHP monitora costantemente le opportunità offerte dal mercato, ma ha sottolineato che acquistare attività nel settore del rame costa circa cinque volte di più che costruirle da zero: «il costo implicito per aggiungere nuova produzione di rame sarebbe compreso tra 16.000 e 30.000 dollari per tonnellata, mentre acquisire la stessa produzione attraverso operazioni di M&A costerebbe ben oltre 100.000 dollari per tonnellata, una volta considerato il premio pagato per un’acquisizione», ha precisato il top manager che ha inoltre ridimensionato le indiscrezioni secondo cui BHP potrebbe valutare, nei prossimi uno-cinque anni, la vendita delle proprie attività di carbone metallurgico nel Queensland. Ha affermato che questi asset continueranno a rappresentare una componente importante del portafoglio dell’azienda.
Reuters aveva riferito lunedì 17 agosto che la società canadese di estrazione dell’uranio NexGen Energy sta condividendo informazioni e intrattenendo «colloqui» con BHP riguardo al progetto di uranio Rook I, in Saskatchewan. In risposta, Craig ha dichiarato che BHP «continuerà a esaminare» opportunità relative ad altre materie prime, ma ha aggiunto di non voler fare ulteriori speculazioni al riguardo.
Mentre l’attività di BHP nel settore del minerale di ferro nell’Australia Occidentale sta affrontando alcune difficoltà legate alle agitazioni sindacali, ma Craig ha assicurato che la società non prevede effetti negativi dai primi scioperi a Port Hedland, il più grande hub di esportazione di minerale di ferro al mondo, degli ultimi decenni. Circa 150 lavoratori hanno aderito allo sciopero di due giorni l'8 e il 9 agosto presso il porto, da cui transitano ogni giorno circa 80 milioni di dollari di minerale di ferro.
Tuttavia il 18 agosto il sindacato Combined BHP Ports Unions ha annunciato di non aver raggiunto un accordo con BHP in merito al rinnovo salariale per i lavoratori di Port Hedland. Le due parti dovrebbero riprendere le trattative il prossimo 25 agosto. L'azienda ha trascorso mesi al tavolo delle trattative con i sindacati che rappresentano circa 450 operatori e addetti alla manutenzione per un nuovo contratto. Presso il porto, BHP impiega complessivamente oltre 800 persone.
«Nell'incontro BHP ha presentato una proposta che non risponde adeguatamente alle preoccupazioni delle persone il cui duro lavoro ha generato quell'utile di 13 miliardi di dollari», ha affermato il sindacato, aggiungendo che i lavoratori si consulteranno con i propri rappresentanti sulle opzioni disponibili, incluse eventuali controfferte.
Un portavoce di BHP ha dichiarato a Reuters che la società rimane «impegnata a negoziare in buona fede per raggiungere un accordo equo e ragionevole». In particolare la società ha offerto un aumento salariale del 16% per la maggior parte dei dipendenti portuali per l'intera durata della proposta di accordo quadriennale, oltre all’incremento di alcune indennità. Ma i dipendenti sostengono che il caldo estremo, i lunghi turni e il tempo trascorso lontano dalle famiglie giustifichino il fatto di non dover accettare tariffe inferiori rispetto ai lavoratori delle città. (riproduzione riservata)