Scorrendo l’elenco degli oltre 460 azionisti che compaiono nel capitale sociale di Bending Spoons capita di imbattersi in milionari. Non si tratta di vip, di imprenditori o di investitori facoltosi, che pur sono presenti nel capitale dell’unicorno italiano direttamente o indirettamente. Si tratta di ragazzi, spesso tra 30 e 40 anni e che in molti casi hanno lavorato in una sola realtà, Bending Spoons stessa, in cui sono sbarcati appena usciti dall’università.
In comune hanno una cosa: sono (o sono stati) «spooners» – così si chiamano al loro interno i dipendenti di Bending Spoons – della prima o della seconda ora, dai primi anni dell’avventura partita nel 2013 e che ha portato alla nascita della big tech italiana da 11 miliardi di dollari di valutazione. Una capitalizzazione che ora consente a chiunque abbia circa 12 mila azioni del colosso italiano di possedere un pacchetto da oltre un milione di dollari di valore.
Grazie ai piani di incentivazione e alla possibilità data ai dipendenti di partecipare all’azionariato di Bending Spoons, l’unicorno creato da Ferrari & co ha finito per creare decine di milionari tra le sue fila durante la sua ascesa, soprattutto tra chi ha scalato la gerarchia dell’unicorno e chi ci ha sempre puntato anche economicamente.
La maxi-valutazione dell’ultimo round ha ingolosito parecchi di essi, che hanno optato per una valorizzazione dei loro pacchetti. È il caso, ad esempio, di un ingegnere informatico dall’esperienza decennale in Bending Spoons che ha ridotto la sua partecipazione di 270 mila azioni, per un valore di oltre 22,5 milioni di dollari, ma possiede ancora 460 mila azioni che valgono oltre 38,5 milioni.
Oppure quello di un altro veterano dell’area di sviluppo software dell’unicorno, da quasi 10 anni in azienda: 80 mila azioni cedute per quasi 7 milioni di valore all’attuale valorizzazione e altre 283 mila (poco meno di 24 milioni di valore) ancora in portafoglio.
Due esempi, tra le decine possibili, di come Bending Spoons abbia creato valore non solo per i suoi vertici e i suoi grandi investitori, ma anche per i suoi lavoratori.
Tanto che la maggior parte di essi ha scelto di non vendere tutte le azioni in loro possesso, ma di conservarne una parte anche rilevante per, magari, avere un ritorno ancora superiore nei prossimi anni. (riproduzione riservata)