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Bce, il rialzo dei tassi è improbabile il 30 aprile. Ma i mercati vedono due aumenti più avanti nel 2026
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Bce, il rialzo dei tassi è improbabile il 30 aprile. Ma i mercati vedono due aumenti più avanti nel 2026

23 aprile 2026, 17:00

Questo articolo è stato pubblicato su Macrobussola, la newsletter di Francesco Ninfole che fa il punto sull’economia globale con focus su banche centrali e settore finanziario. Per riceverla ci si può iscrivere qui.

Prima della guerra in Medio Oriente, l’inflazione era tornata attorno al 2% nell'Eurozona e l’economia viaggiava a ritmi vicini al potenziale. La Bce aveva riportato i tassi al 2%, un livello considerato neutrale.

Adesso invece l'area euro rischia la stagflazione e la politica monetaria è di nuovo legata in gran parte a variabili fuori dal controllo della banca centrale, ovvero ai prezzi di gas e petrolio.

Le mosse della Bce

In una fase di grande incertezza, la Bce dovrebbe restare ferma nel breve termine. I mercati si aspettano un orientamento attendista della Bce nel consiglio direttivo del 30 aprile: la probabilità di un rialzo dei tassi è scontata solo al 10%. Anche gli economisti di mercato scommettono su una pausa nella prossima riunione.

Una stretta invece è prevista (con una probabilità dell'85%) per giugno, quando saranno aggiornate le proiezioni economiche Bce e ci sarà più chiarezza sulle prospettive di inflazione e crescita.

In totale i mercati si aspettano per quest'anno due aumenti dei tassi, con la possibilità di una terza mossa.

Negli ultimi giorni alcuni esponenti della banca centrale hanno confermato l'idea che serva ancora tempo prima di muovere i tassi.

La presidente Christine Lagarde ha sottolineato che l’incertezza sulla durata e sull’impatto della guerra in Medio Oriente rende necessarie «ulteriori informazioni prima di trarre conclusioni» sulla politica monetaria.

Diversi altri membri del consiglio direttivo (De Guindos, Lane, Villeroy, Kazaks, Simkus, Stournaras) hanno evidenziato la necessità di non agire d'impulso e di attendere maggiori dati.

«La Bce deve avere la certezza che, se i tassi saranno alzati, non sarà poi necessario fare marcia indietro troppo in fretta. Ed è proprio questo il motivo per agire a giugno piuttosto che ad aprile», ha osservato Bofa.

Il confronto con lo shock energetico del 2022

La memoria della guerra in Ucraina del 2022, ha osservato Lagarde, è ancora «fresca» per le imprese (che potrebbero imporre alzare i prezzi più rapidamente) e per gli individui (che potrebbero anticipare le richieste di salari più alti).

Questo potrebbe far pensare che la Bce sia diventata più attenta a rispondere con rapidità allo shock energetico, anche a costo di porre minore attenzione alla crescita.

Ma nello stesso tempo ci sono differenze rispetto al 2022, quando l’inflazione era già vicino al 6% (2,6% a marzo), i tassi erano negativi, la domanda era spinta dalle riaperture della pandemia e il gas era arrivato a 340 euro per megawattora.

Perciò ora la Bce è in una posizione più favorevole, anche se i rischi restano quelli di una stagflazione: è questo lo scenario più complicato per una banca centrale perché l’arma che riduce il carovita (ovvero la stretta sui tassi) è la stessa che aggrava la frenata economica.

Sulla crescita sono arrivati segnali negativi dalla Germania: la produzione industriale è scesa a febbraio e ora gli economisti ipotizzano una contrazione del pil tedesco nel primo trimestre 2026, nonostante il maxi-piano sulla difesa che doveva spingere la crescita anche nel resto dell’Eurozona.

Anche gli indici Pmi di aprile dell'area euro hanno confermato la direzione stagflazionistica dell'economia.

«La Bce si trova di nuovo di fronte al compito poco invidiabile di decidere se aumentare i tassi per contrastare l'inflazione, o se concentrare l'attenzione sulla necessità di impedire che l'economia scivoli in una recessione», ha osservato S&P Global. «Sarebbe comprensibile vedere la Bce rimanere ferma in attesa di maggiore chiarezza sul conflitto e sullo stato di salute dell'economia».

I dati sotto la lente

Il focus della Bce nei prossimi mesi sarà così soprattutto sugli effetti dello shock dell’energia.

Se l’aumento dei prezzi fosse temporaneo e riguardasse solo petrolio e gas, Francoforte potrebbe «guardare oltre», cioè restare ferma sui tassi.

Ma la banca centrale deve considerare anche l’impatto indiretto dell’energia (come quello sui prezzi delle aziende, del cibo e dei trasporti) e sugli effetti di secondo livello (in particolare sui salari, nel caso si attivi una spirale con i prezzi).

Perciò la Bce guarderà i dati a disposizione e tra questi soprattutto l’inflazione e le aspettative sul carovita, gli indici Pmi, la fiducia di aziende e consumatori, le indicazioni sui salari e quelli delle imprese sui prezzi di vendita.

Lagarde ha detto che Francoforte potrebbe alzare i tassi «in modo misurato» anche se l’inflazione salirà sopra il 2% in modo «ampio ma non troppo persistente».

I possibili scenari

Gli attuali prezzi del petrolio (102 dollari al barile) e del gas (44 euro al megawattora) vanno per il momento confrontati con lo scenario base della Bce, nel quale Francoforte ha indicato 81 dollari per il petrolio e 46 euro per il gas in media quest’anno (rispettivamente 119 e 87 nello scenario avverso).

Nell’ipotesi baseline la Bce vede l’inflazione al 2,6% nell’area euro nel 2026, con crescita dello 0,9%. Nello scenario avverso il carovita salirebbe al 3,5%, mentre l'aumento del pil calerebbe allo 0,6%.

L'Eurozona si trova oggi a metà strada tra i due scenari, ma resta da vedere cosa accadrà in Medio Oriente nelle prossime settimane. (riproduzione riservata)

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