Il ciclone dazi si è abbattuto sull’economia globale e renderà più difficile il lavoro delle banche centrali. I mercati hanno mostrato con chiarezza che non ci sono vincitori nella battaglia delle tariffe. La crescita si ridurrà nei Paesi colpiti e anche negli Usa. Gli analisti hanno aumentato le probabilità di una recessione europea e americana.
Quanto all’inflazione, il rialzo dovrebbe farsi sentire soprattutto negli Stati Uniti, mentre l’impatto in Europa è incerto. Le previsioni sulle mosse delle banche centrali sono diventate più difficili.
In media i mercati hanno alzato le attese di tagli Fed (ora ne scontano altri quattro per quest’anno), a causa dei timori di una forte frenata della crescita degli Stati Uniti che fino a pochi giorni fa sembrava invece indirizzata verso un soft landing.
Ma altri analisti ritengono che la banca centrale Usa possa tagliare una sola volta o fermarsi del tutto, a causa dell’aumento dei prezzi dei prodotti esteri per i consumatori americani.
La Fed dovrà scegliere il minore dei mali mentre l’economia Usa prende una direzione stagflattiva. La banca centrale ha tirato un sospiro di sollievo dopo gli ultimi dati sul mercato del lavoro che hanno testimoniato la solidità dell’economia Usa pre-dazi. Ma dopo il «Liberation Day» del 2 aprile si è aperta una nuova fase.
Il presidente della Fed Jerome Powell ha detto il 4 aprile: «Sta diventando chiaro che gli aumenti delle tariffe saranno significativamente maggiori del previsto. Lo stesso vale probabilmente per gli effetti economici, che includeranno un aumento dell’inflazione e un rallentamento della crescita».
Powell ha precisato che «è molto probabile che le tariffe generino almeno un aumento temporaneo dell’inflazione», ma «è anche possibile che gli effetti siano più persistenti».
Il presidente della Fed ha detto che «non è chiaro quale sia l’appropriato cammino della politica monetaria» e che «non c’è fretta» di agire. Soltanto poche ore prima Donald Trump aveva mandato un messaggio in direzione opposta: «Powell è sempre in ritardo. Questo sarebbe il momento perfetto per tagliare i tassi».
Il presidente Usa vuole far tornare la manifattura negli Usa e intende ridurre il deficit commerciale, ma non è affatto detto che siano obiettivi raggiungibili con i dazi. Nel frattempo l’impatto delle misure si sta facendo sentire con forza su economia e mercati.
Quanto all’Europa, gli analisti sono certi della frenata economica. Citi ha stimato un impatto dell’1% delle tariffe Usa sul pil europeo, che di conseguenza tornerà vicino allo zero quest’anno. «Ci sono ragioni ancora maggiori perché la Bce tagli i tassi ulteriormente», ha rilevato Citi.
Deutsche Bank ha stimato una minore crescita per lo 0,4-0,7% dopo le novità del 2 aprile, anche se il dato non include gli effetti indiretti come quelli legati al rallentamento Usa.
La Banca d’Italia ha indicato un impatto negativo sul pil italiano di oltre lo 0,5% nel triennio 2025-2027. Per Via Nazionale la crescita italiana sarà dello 0,6% quest’anno e dello 0,8% nel prossimo.
Per quanto riguarda invece l’inflazione nell’Eurozona, il quadro è più difficile da prevedere. La presidente Bce Christine Lagarde ha detto che nel breve termine «le misure di ritorsione Ue e l’indebolimento dell’euro potrebbero far salire l’inflazione di circa lo 0,5%». Dopo il 2 aprile, tuttavia, l’euro si è rafforzato. I controdazi Ue sono incerti e l’Europa sembra aver capito il pericolo di una battaglia sulle tariffe.
Così nel complesso i rischi al rialzo sull’inflazione sembrano inferiori a quelli dei giorni scorsi. I rischi al ribasso sul carovita sono invece aumentati a causa della minore crescita, del calo dei costi dell’energia e dell’aspettativa di un ingente arrivo sul mercato europeo di prodotti cinesi a basso costo.
L’inatteso apprezzamento dell’euro potrebbe rendere più chiare le prospettive della Bce aprendo la strada a ulteriori riduzioni dei tassi. «Le ritorsioni Ue dovrebbero essere lente, il tasso di cambio è in rafforzamento e la crescita rallenterà ancora, perciò è probabile che la Bce continui a tagliare», ha osservato Deutsche Bank che vede un tasso finale all’1,5% (come Citi), rispetto all’attuale 2,5%, con il rischio di uno stop a 1,75-2% per effetto delle spese dei governi (soprattutto quello tedesco) per la difesa.
Si vedrà nella riunione del 17 aprile se tra i banchieri centrali europei emergeranno differenti opinioni sui rischi di inflazione. I mercati considerano il taglio dei tassi probabile all’85%, con altre due riduzioni quest’anno. Ma oltre alla risposta monetaria, l’Europa deve cogliere la sfida dei dazi per abbattere le barriere interne nel mercato unico e per rivedere un modello di crescita a trazione tedesca sbilanciato sulle esportazioni. (riproduzione riservata)