Domani, giovedì 26 febbraio, il vertice di Banco Bpm sarà chiamato a sciogliere un nodo cruciale in vista dell’assemblea del 16 aprile, quando verrà rinnovato il consiglio di amministrazione. Il board, presieduto da Massimo Tononi, dovrà decidere se presentare una propria lista di candidati secondo il nuovo impianto previsto dalla Legge Capitali.
Lo statuto è già stato modificato dall’assemblea e ha ottenuto il via libera della Bce, ma la scelta finale non è ancora stata formalizzata: gli amministratori stanno valutando pro e contro di ogni opzione, consapevoli che la decisione influenzerà gli equilibri futuri della governance.
Sinora non è stata esclusa l’ipotesi di una lista promossa dal patto che riunisce casse di previdenza e fondazioni anche se la consistenza di questo fronte si è progressivamente ridotta.
Dopo l’uscita di Fondazione Crt nel 2024 e il dimezzamento della partecipazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca lo scorso dicembre, il peso complessivo del patto è sceso al 5,9%. Ne fanno parte Enpam (1,99%), Cassa Forense (1,66%) e Inarcassa (1,03%), tutte aderenti ad Adepp, insieme a quattro fondazioni del circuito Acri con quote più contenute.
In aggiunta coordinare soggetti diversi, con sensibilità e priorità differenti, in una finestra temporale ormai molto ristretta appare complesso. Anche perché la procedura fino ad ora è stata gestita dal ceo in persona. Per tutte queste ragioni l’orientamento prevalente al vertice di Bpm va verso una lista del board uscente. Il patto dovrebbe comunque confermare i due posti fra cui il numero uno dell’Adepp Alberto Oliveti.
Il lavoro preparatorio è già in fase avanzata. Il comitato nomine guidato da Mario Anolli e affiancato dall’head hunter Spencer Stuart ha già esaminato una decina di profili, valutando competenze, requisiti di indipendenza e complementarità delle esperienze. Nei prossimi giorni si faranno le scremature definitive, fino alla definizione di una short list dalla quale sarà tratta la rosa finale. La scadenza è stringente: il deposito dovrà avvenire entro venerdì 6 marzo, quaranta giorni prima dell’assemblea, come stabilito dalla normativa.
Il percorso, tuttavia, non è esente da incognite. La prima riguarda l’esito della votazione in assemblea. Crédit Agricole, primo azionista con il 20,1% - e autorizzato dalla Bce a salire fino al 24,9% - sta lavorando, come rivelato da MF-Milano Finanza, a una propria lista di minoranza e avrebbe quasi concluso la selezione dei candidati. Nella rosa figurerebbero soprattutto docenti universitari e professionisti italiani, mentre si sarebbe evitato di inserire profili bancari per prevenire possibili contestazioni di conflitto di interessi.
Con buone probabilità anche Assogestioni presenterà una lista, che potrebbe raccogliere il voto, tra gli altri, di Davide Leone, secondo socio dell’istituto con una quota vicina all’8%. In questo quadro, gli scenari restano aperti.
Se la lista del consiglio dovesse risultare la più votata, conquisterebbe la maggioranza dei seggi, mentre le rose di minoranza si dividerebbero i sei posti residui in proporzione ai consensi ottenuti.
Se invece fosse superata, ad esempio dalla proposta sostenuta da Agricole, la formazione espressione dell’organo uscente sarebbe costretta a occupare i seggi riservati alle minoranze, con un significativo ridimensionamento del proprio peso nella futura governance.
Un’ulteriore variabile è rappresentata dal meccanismo della doppia votazione, introdotto dalla Legge Capitali per rafforzare il ruolo dei soci di minoranza. Dopo aver scelto la lista, l’assemblea sarà chiamata a esprimersi anche sui singoli candidati, inclusi presidente e amministratore delegato.
Questo passaggio aumenta il grado di imprevedibilità, perché apre alla possibilità di imboscate sui nomi. A ridurre il rischio di tensioni ci sono però le recenti modifiche statutarie, che hanno aumentato da tre a sei i seggi riservati alle minoranze: una misura pensata per rendere più equilibrato il nuovo consiglio e attenuare possibili conflitti nella governance. (riproduzione riservata)