Wall Street ha bramato una riforma fiscale, e a ragione. Se effettivamente le nuove disposizioni daranno impulso a una crescita economica più solida, i profitti delle società finanziarie potrebbero spiccare un salto. La riduzione dell’aliquota dell’imposta sulle società, come evocato nel piano fiscale annunciato due giorni fa dall’amministrazione Trump, dovrebbe spingere istantaneamente i profitti delle banche. I vertici del settore si aspettano qualche punto dolente, ma hanno fiducia nel fatto che i benefici saranno prevalenti. Il ceo di Morgan Stanley, James Gorman, ha dichiarato che un’aliquota del 25% avrebbe l’effetto di incrementare gli utili della sua banca del 15%. Il progetto del presidente Donald Trump prevede un’aliquota del 20%, dunque il vantaggio potrebbe essere maggiore.
Citigroup ha fatto sapere che un taglio al 25%, oltre a un periodo di esenzione fiscale riservato ai proventi in valuta estera, farebbe salire la sua entrata netta annua di 800 milioni di dollari, ovvero del 5%. Secondo le stime di John McDonald, analista di Sanford Bernstein, potrebbe inoltre migliorare il rendimento del capitale di oltre un punto percentuale. Qualsiasi incentivo alla crescita potrebbe potenzialmente contribuire a invertire la riduzione dei prestiti commerciale accusata a partire dalla fine dell’anno scorso. Alcuni top manager del comparto hanno attribuito questo rallentamento all’attesa dei clienti legata alla finalizzazione della riforma fiscale prima di intensificare la richiesta di credito e investire nelle proprie attività. La mancanza di chiarezza è stata anche citata tra i fattori alla base del rallentamento degli accordi fra le imprese.
Secondo gli analisti di Evercore Isi, le banche più piccole dovrebbero avere maggiori guadagni dal momento che subiscono aliquote effettive relativamente elevate e la loro attività è quasi interamente sul mercato interno. La potenziale riduzione delle imposte dal 35 al 28% potrebbe spingere gli utili 2018 delle banche regionali in media del 9%. Le proposte di Trump, inoltre, risparmiano un’importante attività per le banche e gli altri istituti di credito: i mutui. Il documento dell’amministrazione invita infatti il Congresso a mantenere la detrazione degli interessi sui mutui. Una modifica avrebbe potuto sovvertire il mercato immobiliare.
Nonostante il progetto lasci pressoché immutato il regime d’imposta sugli investimenti, incluse le sezioni su plusvalenze e dividendi, l’industria del risparmio gestito dovrebbe comunque trarne giovamento. Se l’abbassamento dell’aliquota sulle imprese fa crescere i profitti di molte aziende statunitensi, questo dovrebbe gettare benzina sul fuoco del rally nel mercato azionario e dare gas ai rendimenti dei fondi azionari. Secondo Joseph Amato, presidente di Neuberger Berman Group, del gestore da 271 miliardi di dollari Neuberger Berman, le piccole e medie imprese dovrebbero cavarsela particolarmente bene in quanto tendono a pagare tassi più elevati rispetto ai colossi. E alcuni asset manager, tra cui WisdomTree Investments, avrebbero vantaggi diretti. Nell’ultimo trimestre la società ha dovuto pagare un’aliquota del 45,5% in gran parte a causa delle perdite all’estero che non ha potuto detrarre. Il management ha spiegato che un’aliquota più bassa sarebbe d’aiuto, oltre a contribuire a sostenere il dividendo della società.
Ci saranno anche alcuni risvolti negativi. Alcune banche hanno «attività fiscali differite» generate da perdite, in molti casi piuttosto sostanziose e accumulate durante la crisi finanziaria, che fungono da cambiali per compensare il futuro carico fiscale. Queste perderanno valore. Citigroup contava 46 miliardi di dollari di asset alla fine del secondo trimestre. Una riduzione dell’aliquota sulle società al 20%, oltre al passaggio a un regime territoriale che tassava solo il reddito generato negli Stati Uniti, potrebbe ridurre il valore degli attivi di oltre 15 miliardi di dollari. Citigroup dovrebbe segnarlo come un una tantum sui profitti.
