Le azioni e le obbligazioni statunitensi sembrano in fase di stallo nonostante una risposta positiva al rapporto sul lavoro di aprile. Un riflesso agli impulsi contrastanti di un’economia forte unita all’aumento dei tassi di interesse e alla strisciante paura legata all’inflazione. Le preoccupazioni sulla sostenibilità della favola sulla crescita globale e la probabilità di un inasprimento della politica monetaria hanno portato molti investitori a un punto morto, senza alcuno stimolo a immettere liquidità nel mercato né una ferma convinzione a tirarsi indietro. L’incapacità dei mercati di ottenere una spinta significativa dal boom di solidi guadagni societari nelle ultime settimane ha indebolito ulteriormente la fiducia. E altri eventi che avrebbero probabilmente scosso i mercati lo scorso anno, quali il tasso di disoccupazione al livello più basso in quasi vent’anni e l’annuncio di ulteriori 100 miliardi di dollari di riacquisti azionari per Apple, non sono riusciti a innescare un rally. «La gente è in attesa», ha commentato Jonathan Golub, chief US equity strategist del Credit Suisse, aggiungendo che gli investitori, dai grandi gestori istituzionali ai piccoli risparmiatori, hanno difficoltà a selezionare settori del mercato per trovare una posizione in questo contesto. Il mercato azionario si è concentrato in un intervallo relativamente ristretto per gran parte del mese scorso: non ha battuto nuovi record né è crollato ai minimi toccati a febbraio, quando gli indici più importanti sono scesi di oltre il 10% dai massimi storici. Dopo aver toccato ripetutamente dei record in apertura di anno, il Dow Jones Industrial Average ha dovuto aspettare 68 sedute prima di registrare l’ultimo massimo, l’attesa più lunga dai famosi 288 giorni tra maggio 2015 e luglio 2016.
Frattanto i rendimenti dei titoli di Stato sono saliti all’inizio dell’anno ma sembrano essersi arrestati quando il rendimento del benchmark a 10 anni si è avvicinato al 3% per la prima volta dal 2014. Le blue-chip industriali del Dow hanno chiuso la sessione di venerdì a quota 24.262,51, in calo dell’1,8% per il 2018 e dell’8,8% rispetto al massimo del 26 gennaio, mentre il rendimento sul Treasury decennale si è attestato al 2,946%, in calo rispetto al massimo del 25 aprile pari al 3,026%.
Pochi sono convinti che l’economia sia ancora al top. Secondo i dati di FactSet i guadagni societari hanno fatto colpo nel primo trimestre: una quota record di aziende dello S&P 500 ha pubblicato risultati oltre le previsioni grazie, in parte, a tagli radicali delle imposte. Eppure i forti utili hanno fatto ben poco per sollevare i mercati, cosa che per gli analisti riflette i dubbi sul fatto che i guadagni fossero già in gran parte stati scontati dagli investitori, nonché i timori che la crescita degli utili possa essere vicina al picco. Le azioni di Caterpillar sono scese del 6,2% il 24 aprile dopo che la società ha avvertito che i risultati del primo trimestre potrebbero costituire «il picco per l’anno», mentre il gigante industriale 3M ha perso il 6,8% dopo aver tagliato la guidance sugli utili puntando il dito contro maggiori costi di trasporto e materiali. Altri sono rimasti delusi dal ritmo degli investimenti delle imprese e dalla crescita dei salari, che si aspettavano accelerassero in seguito all’approvazione della riduzione alle imposte negli Stati Uniti. Le valutazioni rimangono su livelli che alcuni investitori ritengono tirati, con lo S&P 500 che tratta a 16 volte gli utili attesi per i prossimi 12 mesi secondo FactSet, in linea con la media quinquennale di 16,1 ma oltre la media decennale di 14,3.
Un altro rischio per il mercato azionario è il rafforzamento del dollaro. In aprile il biglietto verde ha registrato il maggiore rialzo mensile dal 2016 e ha continuato a salire a maggio, sostenuto dai segnali di un rallentamento della crescita in Europa e in altre regioni. Questi incrementi potrebbero esercitare una pressione sui profitti delle multinazionali statunitensi, i cui prodotti diventano meno competitivi all’estero quando il dollaro si rafforza. La sua crescita sta già sconvolgendo azioni, obbligazioni e valute di alcuni Paesi emergenti, tra cui Turchia, Argentina e Sud Africa. L’indice Msci Emerging Markets, che misura la performance azionaria in quelle nazioni, è in calo del 2,4% fino a maggio ed è sulla buona strada per il principale calo da febbraio. Questi Paesi rischiano di pagare un costo più elevato per coprire il proprio debito, nominato in dollari, che aumenta quando il biglietto verde si apprezza sulle valute locali. Gli asset dei mercati emergenti sono generalmente considerati un barometro della propensione al rischio, e i forti cali in tali mercati possono influenzare il sentiment degli investitori e persino le aspettative di crescita globale.
