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Aziende, i salvataggi statali rischiano di diventare un boomerang
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Aziende, i salvataggi statali rischiano di diventare un boomerang

di Marcello Clarich
Milano Finanza - Numero 110 pag. 21 del 05/06/2021

I confini tra Stato e mercato non sono intangibili ma andrebbe evitata l’invasione del primo nel terreno del secondo. È questo rischio che si profila ora che sembra finita la stagione delle liberalizzazioni, indotte dal diritto europeo (energia, tlc eccetera), e delle privatizzazioni (Autostrade, Telecom, Enel eccetera) negli anni ‘90. Per oltre un ventennio lo Stato aveva dismesso quasi del tutto la veste dell’imprenditore che gestisce aziende tramite la galassia delle società pubbliche. Aveva assunto invece quella del regolatore, che crea solo la cornice giuridica perché si sviluppi una sana concorrenza anche in settori che presentano elementi di monopolio naturale (servizi a rete come energia elettrica, gas, trasporti). La regolazione è stata affidata ad autorità indipendenti espungendo così ogni elemento di dirigismo. Quest’ultimo ebbe il suo culmine in Italia nel tentativo di programmazione economica generale addirittura con una legge di piano per il quinquennio 1965-1969.
Da almeno un decennio lo Stato è ritornato in auge, nelle vesti del «salvatore» di banche e imprese in crisi o dell’«innovatore», che investe nei settori alla frontiera tecnologica e finanzia programmi di ricerca e sperimentazioni ad alto rischio economico. Lo Stato «salvatore» poteva essere giustificato, non solo in Italia, per fronteggiare la crisi finanziaria scoppiata nel 2008. Del resto in quegli anni la stessa Commissione Ue aveva autorizzato con larghezza aiuti di Stato a banche e istituzioni finanziarie per prevenire il rischio sistemico, cioè l’effetto-domino. L’Italia si è mossa in ritardo su questo versante ritenendo le proprie banche meno esposte, ma quando la crisi si è acuita (2012) sono stati attuati numerosi interventi di sostegno, non ultimo la pubblicizzazione di Mps.
Il ritorno della mano pubblica sulle imprese è stato indotto o agevolato anche dalla ventata di populismo, ideologicamente contrario al mercato, che ha caratterizzato la prima fase di questa legislatura. Il crollo del ponte Morandi scatenò subito non solo la giusta indignazione ma anche la voglia di punire la proprietà di Autostrade per l’Italia con la decadenza della concessione, peraltro assai onerosa a causa degli indennizzi miliardari. Accantonata questa opzione, è stata concepita l’operazione societaria conclusasi pochi giorni fa con l’uscita dei precedenti azionisti e l’ingresso di Cdp nel capitale di Aspi.
La stessa vicenda recente dell’Ilva, con l’intervento nel capitale di Invitalia a fianco di Arcelor Mittal, è dipesa anche da una diffidenza di fondo nei confronti di un investitore straniero e da iniziative improvvide come la revoca dello scudo penale che ha costituito un motivo (o pretesto) per un possibile disimpegno dell’azionista succedutosi alla gestione commissariale.
Anche i tentativi ripetuti di salvataggio di Alitalia non sembrano essere stati dettati da pure logiche di mercato. Le stesse prospettive della Nuova Alitalia (cioè Italia Trasporto Aereo spa), di proprietà del ministero dell’Economia, appaiono incerte, nonostante il via libera della Commissione Ue, che ha preteso comunque una forte discontinuità aziendale.
Un caveat nei confronti del nuovo interventismo dello Stato è stato lanciato lunedì 31 maggio dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco nella Relazione annuale. La produzione pubblica di beni e servizi porta infatti con sé il rischio del «fallimento dello Stato», soprattutto se «l’impresa pubblica viene sottratta alla disciplina dei meccanismi concorrenziali» e se mancano i presidi per garantire autonomia di gestione. Del resto a fine 2020 Mario Draghi, come coordinatore di uno studio promosso dal Group of Thirty (G30) per individuare proposte per rivitalizzare le società nella fase post Covid, si era posto sulla stessa lunghezza d’onda: bisogna evitare di mantenere in vita a tutti i costi le «imprese zombie» e l’intervento dello Stato si giustifica solo là dove si manifesti un vero fallimento del mercato.
In questa fase storica, in cui persino l’Inghilterra sta facendo marcia indietro sulla gestione privata delle ferrovie, andrebbe ricordata la lezione di J. Schumpeter: non ha senso sostenere le imprese obsolescenti, anche se è preferibile in alcuni casi evitare il loro tracollo assicurando una ritirata ordinata. (riproduzione riservata)



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