Google, Tesla e, ultima in ordine cronologico, Nvidia. Sono tre dei colossi statunitensi che si sono lanciati nello sviluppo delle auto a guida autonoma. I robotaxi di Waymo (Google) viaggiano già sulle strade di San Francisco e di altre città degli Stati Uniti. E in Italia? Pensare di salire su una macchina senza un guidatore umano è ancora fantascienza?
Innanzitutto, in Europa le regole non aiutano. Le norme attuali, infatti, sono frammentate, non del tutto chiare e in alcuni casi finiscono per ostacolare lo sviluppo della guida autonoma. Qualcosa, però, si muove.
«L’Automotive Action Plan della Commissione Europea include alcune modifiche per facilitare l’omologazione dei veicoli a guida autonoma. Inoltre, in Italia la Camera dei Deputati ha votato a fine 2025 una richiesta di intervento al governo perché riveda il passaggio del codice della strada che richiede che ogni veicolo sia guidato da un essere umano», spiega Pierfrancesco Maran (Partito Democratico), europarlamentare e promotore di un appello alla sperimentazione della guida autonoma a cui hanno risposto 60 Comuni italiani.
Per l’Europa, un problema ancora più annoso delle leggi è quello delle risorse. Negli Stati Uniti Waymo ha ricevuto 5,6 miliardi di dollari nel 2024 dalla casa-madre Alphabet (Google) e da investitori terzi e ora, secondo la stampa americana, è in trattativa per altri 15 miliardi di finanziamenti. Questi numeri sono del tutto inarrivabili per le aziende europee. «Negli Usa ci sono grandi compagnie che hanno speso miliardi per la guida autonoma, in Europa manca una società in grado di impiegare quelle cifre», conferma Maran.
In più, nell’ultimo ciclo di programmazione dei fondi europei (2021-2027) l’Ue ha diviso le risorse - già limitate rispetto a quelle a disposizione dei concorrenti negli Usa e in Cina - tra una serie di progetti di ricerca per la realizzazione di prototipi. «Ripetere questo schema non avrebbe senso», sostiene Maran. «I fondi vanno concentrati su tre o quattro grandi progetti in modo da attirare anche capitali privati. In più, spero che i software per la guida autonoma possano accedere anche ai fondi per la difesa, come tecnologie dual use». Il programma Horizon Europe dovrebbe destinare 1 miliardo ai veicoli automatizzati, ma il gap con Stati Uniti e Cina resta enorme.
Nonostante le difficoltà normative e di finanziamento, in Europa stanno comunque nascendo società e iniziative sperimentali. In Germania c’è Moia, partecipata dal gruppo Volkswagen, che sta lavorando su furgoncini autonomi. In Svezia Einride prova con i camion, mentre in Italia Stellantis ha stretto da poco una partnership con Bolt per lo sviluppo della guida autonoma.
«Una startup interessante sta nascendo anche dal Politecnico di Milano per lavorare su un’evoluzione del car sharing. Inoltre, la città di Torino ha avviato a settembre una sperimentazione di trasporto pubblico tramite una navetta autonoma, con l’obiettivo di trasformarla in un servizio operativo», conclude l’europarlamentare. «In generale, in Europa stanno crescendo società interessanti soprattutto nei segmenti non in diretta competizione con i robotaxi americani, ma alcune di queste usano ancora software extra-europei, soprattutto statunitensi, israeliani o cinesi, e questo a livello di sicurezza può essere un problema. I software di guida autonoma devono macinare migliaia di chilometri su strada per diventare affidabili, ma in Europa mancano i veicoli. Per questo è importante modificare le regole nel 2026». (riproduzione riservata)