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Giuseppe Berta
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Auto, l’importanza delle analisi di Giuseppe Berta sull’economia italiana e la fine della grande industria

di Beniamino Andrea Piccone *
13 maggio 2024, 21:15 Ultimo aggiornamento: 14 maggio 2024, 08:54

Lo storico dell’economia Giuseppe Berta, morto il 3 maggio, aveva individuato la direzione dell’industria italiana dell’auto: fece notare, tra i pochi, che la famiglia regnante guidata da John Elkann era venditrice e alla ricerca di un partner al quale vendere Fca, per gradualmente diluirsi in un’industria considerata troppo ciclica. Nacque così Stellantis

Con la scomparsa, lo scorso 3 maggio, di Giuseppe Berta – malato da tempo – l’Italia perde uno studioso serio, appassionato, documentato, generoso, a cui si devono svariate analisi sull’industria automobilistica, sulle imprese del Nord – non più capaci di convogliare lungo il cammino della crescita componenti del resto del Paese – sul capitalismo italiano, che ha visto scomparire nel tempo le grandi imprese.

Nativo di Vercelli, laureato in Lettere nel 1975 all’Università Statale di Milano, già direttore dell’Archivio storico della Fiat (1996-2002) e in precedenza forte collaboratore del Centro Studi della Fondazione Adriano Olivetti, Berta ha lasciato a tutti noi volumi pregevoli che hanno illuminato la storiografia italiana. Ricordiamo, tra i tanti, “Detroit. Viaggio nella città degli estremi” (il Mulino, 2019) “La via del Nord. Dal miracolo economico alla stagnazione” (il Mulino, Bologna 2015), Le idee al potere. Adriano Olivetti tra la fabbrica e la comunità (Edizioni di Comunità, 2015); “Oligarchie. Il mondo nelle mani di pochi” (il Mulino, Bologna 2014).

Berta, professore associato di Storia contemporanea in Bocconi, ha insegnato ai suoi allievi l’uso rigoroso delle fonti, necessarie per abbeverarsi di sapere, per raccontare il potere in modo franco e poco compiacente. Ho avuto modo di persona – invitato a parlare sui governatori della Banca d’Italia – di vedere quanto Berta invitasse gli studenti a esercitare un sano spirito critico.

La sua attività pubblicistica è stata notevole. I suoi interventi sulla stampa italiana sono stati spesso un faro. In un passaggio dello scritto “Un archetipo del giornalismo economico”, Berta scrisse: «L’Einaudi dell’età giolittiana, che in tanti articoli fu il difensore dell’Italia in cammino verso il progresso economico e civile, trovava nel suo impegno di giornalista un mezzo insostituibile per accumulare conoscenze, dati, fonti d’analisi tali da consentirgli poi di dispiegare in pieno le sue doti di economista. Non esiste alcuna cesura fra l’Einaudi giornalista e l’Einaudi economista».

Lo stesso si può dire di Berta, che era generoso nei confronti di tutti coloro che chiedevano lumi sul presente. Una volta lo chiamai per confrontarmi sull’industria del Mezzogiorno e mi riempì di libri da leggere, uno dei quali, “Che cosa è la questione meridionale?” di Giustino Fortunato, rilevante per capire come il Sud sia rimasto indietro rispetto al Nord a causa delle inefficienti amministrazioni comunali fin dal Medioevo, incapaci di disegnare regole efficaci e di farle rispettare. Da qui anche il maggior civismo del Nord.

Storico dell’industria automobilistica

Di fronte a un’industria automobilistica in rapidissima evoluzione, ci mancano come non mai le analisi di Berta sul gruppo Fiat. Quando Sergio Marchionne era intenzionato a fare della Fiat un gruppo di dimensioni mondiali, Berta fece notare, tra i pochi, che la famiglia regnante guidata da John Elkann era venditrice – e quindi non disposta ad assecondare le intenzioni di Marchionne - e alla ricerca di un partner al quale vendere la Fiat per gradualmente diluirsi in un’industria considerata troppo ciclica. La morte di Marchionne e la successiva fusione tra Fiat-Chrysler e Peugeot per la creazione di Stellantis – guidato dal car guy Carlos Tavares - dimostrò la lungimiranza di Berta, che nel volume “Detroit” ricordò come l’industria automobilistica ha fatto la storia del ‘900, dando lavoro a migliaia di persone.

Quando leggiamo che anche l’impianto di Mirafiori a Torino è fermo con tutti gli operai in cassa integrazione, è lecito farsi delle domande sul futuro lavorativo di queste persone. Rispetto a quarant’anni fa Torino ha perso ben 400.000 residenti. La politica sembra avulsa da queste trasformazioni dell’Italia industriale.

Un occhio al capitalismo moderno

Sono quanto mai attuali le considerazioni di Berta in “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?”, edito nel 2016 da il Mulino. La domanda inquieta. La mente vola alle grandi imprese che hanno segnato il nostro sviluppo economico del secolo scorso: Olivetti, Farmitalia, Montedison, Italcementi, Pirelli. Alcune scomparse, altre passate in mano straniera. Tiene botta la tanto criticata industria di Stato pubblica.

A fronte di un processo di destrutturazione del capitalismo delle grandi imprese storiche, si osserva l’ascesa di imprese dal profilo intermedio, le medie imprese, che «incarnano quanto di nuovo e di più solido è venuto coagulandosi all’interno dei territori dove è ramificata la presenza dell’imprenditorialità». Berta delinea un quadro positivo delle nostre medie imprese, ma non sono sufficienti: «Non basteranno le locomotive emerse dal retroterra dei distretti industriali né le più virtuose delle medie imprese, le multinazionali di dimensioni contenute che navigano ormai con sicurezza nei mercati internazionali, a cambiare il ritmo lento a cui marcia l’economia italiana. Non dispongono della forza sufficiente per disseminare i loro stimoli allo sviluppo in una società che risente troppo poco della loro presenza e che sovente nemmeno avverte la portata effettiva e l’efficacia delle loro azioni».

Dove sono finite le grandi imprese? Ancora Berta ci illumina: «Le imprese italiane sono distanti dai vertici dell’economia internazionale. Stanno a loro agio in una fascia più bassa, in cui praticano il presidio di segmenti particolari o di snodi cruciali del ciclo del prodotto: non sono e non possono essere incarnazioni di un capitalismo che oggi si muove con rapidità estrema e con la mobilitazione di capitali immensi….non si può chiedere alle nostre imprese di essere qualcosa di più e di diverso rispetto a quanto sono…Ormai dovrebbe essere chiaro che l’Italia non è fatta a misura delle grandi imprese». Le medie imprese non ci salvano, da sole, dalla decadenza economica, però incorporano un potenziale di sviluppo, che va assecondato. Bisogna rafforzare le chance di carriera dei lavoratori della conoscenza che necessitano di piattaforme digitali di cui l’Italia difetta. (riproduzione riservata)

Wealth Advisor, professore di Sistema Finanziario – Liuc



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