Passate due settimane dall’attacco di israeliani e americani all’Iran, il mondo fatica ancora a comprendere obiettivi, tempi e possibili soluzioni di questa guerra. Mentre prevalgono le preoccupazioni per la sicurezza globale, tuttora poco comprese e sottovalutate sono le conseguenze economiche. L’economia mondiale rischia grosso, e quella europea è particolarmente esposta.
Il prezzi del petrolio, schizzati da subito di circa un terzo, oscillano da giorni sui 100 dollari al barile. Il livello è tuttora al di sotto di quelli registrati nel 2022 dopo l’aggressione russa all’Ucraina.
Il paragone è rilevante perché quello fu l’inizio dell’inflazione post-pandemica, prima sottovalutata e poi combattuta a suon di tassi di interesse alti e restrizione monetaria.
Rischiamo una nuova ondata di carovita con ulteriore impoverimento delle classi medio-basse? Alcuni esperti trovano conforto nel fatto che dagli anni ‘70, quando la Grande Inflazione venne scatenata dall’aumento dei prezzi energetici, la dipendenza delle nostre economie dall’energia e dai suoi costi era molto maggiore.
Le statistiche di World In Data mostrano in effetti che l’incidenza del consumo energetico per unità di prodotto nell’economia mondiale è oggi la metà di allora. Tutto questo non sconta fattori contrari che possono diventare più rilevanti nelle prossime settimane.
Il flusso di petrolio e gas attraverso lo stretto di Hormuz, da cui transita un quinto dell’offerta globale di energia, è virtualmente bloccato; delle 50 navi che normalmente transitano al giorno, quelle che passano ora si contano sulle dita di una mano. Tutto lascia ritenere che il blocco continui. Conti alla mano, un taglio all’offerta di 20 milioni di barili di petrolio al giorno su 100 è pari a circa tre volte la restrizione dell’offerta avvenuta quattro anni fa dopo l’aggressione russa.
Nessuna delle contromisure in atto dalla comunità dei Paesi importatori appare sufficiente a contrastare queste tendenze. Il ricorso alle riserve strategiche (comprese quelle degli Usa, Paese esportatore) attenuerà la restrizione al più per due o tre settimane. Cina e India incrementeranno il ricorso alla Russia, favorito dall’alleggerimento delle sanzioni. Per l’Europa questa via è preclusa o quantomeno più difficile. Le dinamiche in atto autorizzano la conclusione che i prezzi globali dell’energia sono destinati a salire ancora, possibilmente di molto.
A tutto questo si aggiungono problemi sul fronte alimentare. La comunità internazionale dipende meno di cinquant’anni fa dall’energia per il sistema produttivo in generale, ma ne dipende molto di più per la produzione di cibo.
La stessa fonte statistica ci dice che l’intensità dell’uso di fertilizzanti (impiego di fertilizzanti chimici per unità di superficie coltivata) è aumentata da allora di circa tre volte. La produzione di nitrogeni dipende dall’impiego di combustibili fossili, soprattutto metano.
Circa un terzo dell’impiego globale di urea, il principale composto chimico usato come fertilizzante, passa attraverso lo stretto di Hormuz ed è quindi sottoposto alla stessa restrizione nell’offerta. Le conseguenze sono anche qui importanti ma diverse da quelle che riguardano i combustibili.
Disponibilità e costi dei fertilizzanti influiscono sui mercati alimentari con intensità ma con più ritardo, seguendo la dinamica dei raccolti e le decisioni dei produttori da cui dipende l’offerta futura. Un impatto che tende a distribuirsi nel tempo su un arco di anni.
Shock di offerta nei settori energetico e alimentare sono correlati fra loro e hanno impatti consistenti e duraturi su tutte le altre componenti dei prezzi. Inizialmente quegli effetti vengono sottovalutati sulla base degli indici dei prezzi cosiddetti sottostanti (core), che escludono proprio le componenti energetiche e alimentari.
Ma nel tempo si estendono a tutto il paniere dei consumi e diventano difficilmente controllabili. La restrizione monetaria che ne consegue trasmette e intensifica gli effetti recessivi sull’economia reale.
L’economia europea è esposta a questi rischi da entrambi i lati, energetico e alimentare. Imprese e consumatori europei, pur meno dipendenti dai consumi energetici rispetto agli Usa, fronteggianno costi molto maggiori soprattutto per l’elevata dipendenza dalle importazioni di gas.
Siamo già condannati a una nuova crisi inflazionistica? Questa prospettiva sembra evitabile solo se moderazione e prudenza tornano rapidamente a prevalere fra gli attori principali di questa guerra. (riproduzione riservata)
*fellow of Institute for European Policymaking (Bocconi) and Safe