Proprio mentre l’Italia si avvicina al primo anniversario dell’assicurazione obbligatoria contro le catastrofi naturali per le imprese, la tempesta Harry, che ha colpito il Sud Italia pochi mesi fa, ha riportato l’attenzione su ciò che queste polizze coprono e ciò che invece non coprono. Gran parte dei commenti si è concentrata sulla preoccupazione che i danni causati dalle mareggiate fossero esclusi dalla copertura obbligatoria, nonostante l’Italia sia un paese circondato dal mare.
Questa reazione è comprensibile, ma rischia di trascurare un punto fondamentale: la polizza obbligatoria non è mai stata concepita per coprire ogni tipo di rischio. Si può essere tentati di ampliare la copertura all’indomani di un disastro, ma questo vorrebbe dire scendere a un compromesso: premi più elevati.
Se l’obiettivo della riforma era contribuire a ridurre il notevole divario di protezione assicurativa in Italia, l’accessibilità economica doveva essere parte dell’equazione. Una polizza che cerchi di coprire tutto rischia di diventare una polizza che troppo pochi possono permettersi. L’assicurazione obbligatoria contro le catastrofi naturali dovrebbe quindi essere vista per quello che è: un punto di partenza. Alza il livello minimo di protezione in un paese in cui la penetrazione assicurativa contro le catastrofi naturali è stata storicamente bassa. Per molte imprese, rappresenta il primo vero scudo finanziario contro gli eventi estremi. Ulteriori protezioni (contro mareggiate, inondazioni costiere o altri pericoli specifici) rimangono importanti.
La differenza è che queste dovrebbero essere sviluppate e offerte dal settore assicurativo, non imposte per legge. L’assicurazione funziona al meglio quando la copertura riflette la diversità dei rischi affrontati dalle imprese in diversi settori e regioni. In realtà, la polizza obbligatoria crea qualcosa di estremamente prezioso: un primo punto di contatto tra assicuratori e aziende che, prima di allora, potrebbero non aver mai avuto a che fare con il mercato assicurativo. Apre la porta a conversazioni sull’esposizione al rischio, sulle vulnerabilità e sui livelli appropriati di protezione.
Tuttavia, l’assicurazione da sola non sarà mai l’unica risposta. Anche la prevenzione svolge un ruolo fondamentale. A livello globale, i danni causati dalle catastrofi naturali sono aumentati di circa il 5-7% all’anno. L’intensificazione degli eventi meteorologici avversi è parte del quadro, ma non l’unica. L’urbanizzazione, l’accumulo di ricchezza in aree a rischio e la migrazione di persone e imprese verso la costa sono fattori altrettanto importanti. In altre parole, non è solo il meteo a cambiare, ma anche dove e come costruiamo.
Allo stesso tempo, i cosiddetti pericoli secondari, in particolare le violente tempeste convettive come quelle di grandine, stanno generando perdite sempre più ingenti. In Europa, in particolare, queste perdite stanno aumentando più rapidamente del previsto. Le grandinate del 2023 nel Nord Italia sono un esempio lampante: la stima finale delle perdite è risultata circa tre volte superiore alle cifre iniziali. Una delle ragioni è stata l’obsolescenza dei dati relativi all’esposizione, poiché negli anni molti edifici avevano installato pannelli fotovoltaici e nuovi materiali isolanti che si sono rivelati altamente vulnerabili ai danni da grandine.
Il modo più efficace per mantenere accessibili le assicurazioni non è dunque semplicemente ampliare la copertura, ma ridurre la vulnerabilità. La nostra ricerca dimostra costantemente che gli investimenti in infrastrutture resilienti possono ridurre drasticamente le perdite causate dai disastri. I sistemi di protezione dalle inondazioni, come dighe, argini e paratoie, possono essere fino a dieci volte più efficaci in termini di costi rispetto alla ricostruzione dopo una catastrofe. (riproduzione riservata)
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