Antonio de Matteis, l’arte dell’eleganza
Da Napoli al mondo. una regola: la qualità. Una sfida continua: innovare. E il piacere di condividere il tempo con persone perbene. La visione di Antonio de Matteis, numero uno di Kiton e presidente di Pitti Immagine
Disinvoltura, nonchalance, understatement. Meglio usare una parola italiana, antica per giunta, sprezzatura. Ovvero quel tocco d’eleganza ironica, spontanea, semplice che appartiene a pochi uomini. Molti dei quali napoletani. Antonio, Totò, de Matteis, amministratore delegato del gruppo Kiton e presidente di Pitti Immagine, è fra questi. Se gli si chiede che cosa sia l’eleganza, risponde proprio con una sprezzatura: la semplicità. Se gli si chiede da che cosa derivi il nome dell’azienda di famiglia, Kiton, dà una spiegazione intrisa di sprezzatura: dal chitone, l’abito più puro che i Greci indossavano per pregare gli dei dell’Olimpo.

Cultura classica, consapevolezza che l’eleganza è essere appropriati per il contesto (dall’Olimpo in giù), grande conoscenza dei tessuti (la bottega di famiglia) e competenza di sartoria (i clienti della bottega): così nel 1956 il lungimirante Ciro Paone capì che a Napoli, la città con un sarto in ogni palazzo, bisognava cambiare passo, innovare. Chiamò a raccolta una dozzina di maestri e diede il là a Kiton, una produzione artigianale prima solo di cappotti, poi anche di giacche, abiti e così via. Oggi Kiton è un gruppo internazionale con cinque aziende di proprietà, oltre 200 milioni di euro di fatturato, in crescita del 13/15% rispetto al 2023, che esporta l’eleganza Made in Italy in tutto il mondo.

Gentleman. Kiton è moda o lifestyle?
Antonio de Matteis. Lifestyle, stile di vita. Che a sua volta è un modo di vivere, di pensare, la filosofia di un uomo, Ciro Paone, il fondatore dell’azienda. La qualità della vita, delle relazioni, del prodotto... Lo zio ha insegnato a tutti noi a vedere la qualità, come diceva lui, «a 360 gradi, più uno». Ovvero, non bisogna mai accontentarsi, ma trovare la voglia di migliorarsi sempre, ogni giorno.
G. Tutti i prodotti a marchio Kiton nascono in aziende di vostra proprietà. Significa controllo della filiera...
A.d.M. Sì, per un controllo della qualità ossessivo e per fare innovazione, perché oggi, più di sempre, è importante non fermarsi.
G. Napoli, 1956: c’era un’attenzione all’eleganza, che è cambiata nel tempo, oggi si è persa?
A.d.M. Si è solo trasformata, non persa, tutto si evolve. Nel 1956, a Napoli si può dire che c’era un sarto in ogni palazzo, per far capire quanto l’uomo fosse attento. Ci si cambiava tre volte al giorno, soprattutto d’estate, quando faceva caldo e non c’era l’aria condizionata: c’era l’abito da giorno, in lino, quello per la sera, in cotone, e l’abito da cerimonia. I giovani stanno tornando a quell’epoca. L’uomo è molto più preciso della donna e si veste per l’occasione: se deve lavorare, abito con camicia e cravatta, per uscire alla sera, si cambia e si veste casual.
G. L’abito formale è una sponda sicura...
A.d.M. Io dico sempre che la giacca è la borsa dell’uomo: quando viaggio, e accade parecchio, indosso sempre la giacca per documenti, telefono, penne, appunti e tutto ciò che mi serve a portata di mano. L’abito ti fa sentire sicuramente molto bene.

G. Oggi, per esempio, che cosa indossa?
A.d.M. Un gessato da 14 micron in lana vicuña, un tessuto super-eccezionale del peso giusto perché, oggi, il nostro cliente non vive molto all’aperto così abbiamo alleggerito i pesi e studiamo tessuti pettinati, che pesano 200-230 grammi al metro, i cosiddetti quattro stagioni.
G. Nel casual l’eleganza è più difficile. Ha qualche suggerimento, qual è il punto di equilibrio?
A.d.M. Secondo me l’eleganza sta sempre nella semplicità. Non bisogna mai essere troppo carichi, mai troppo vistosi, sempre molto attenti agli abbinamenti di colori. Noi per la prossima stagione presentiamo il colore, già indicando accostamenti che facciano sentire l’uomo a suo agio in qualsiasi momento.
G. Come siete andati oltre il capospalla classico?
A.d.M. Con la ricerca e l’innovazione, per cui oggi in collezione abbiamo tutto il look maschile, denim, maglieria, pantaloni sportivi, giubbini... C’è poi un progetto che seguono i miei figli, la capsule KNT, con cui sperimentiamo i trend per i giovani. Lavoriamo sulla donna che crescerà: oggi rappresenta il 20% del fatturato e l’obiettivo è portarla al 50%.
G. Puntate sul power-suit al femminile?
A.d.M. È un mercato che sta crescendo bene e il segnale positivo è che non sono solo le mogli dei nostri clienti ad acquistare. Anzi, sono soprattutto donne indipendenti. Siamo fiduciosi al punto che ogni negozio Kiton nel mondo ha oggi uno spazio diviso a metà tra uomo e donna, una scelta che ci porta a risultati eccezionali. Abbiamo rilevato che gli ingressi sono al 70% donne e 30% uomo, perché le signore fanno acquisti anche al maschile. Per noi uomini è più dura, magari con una foto dell’oggetto…

G. Palazzo Kiton, in via Pontaccio, a Milano, è una galleria d’arte, con molte opere di grandi nomi contemporanei. Perché questa scelta?
A.d.M. Lo zio, Ciro Paone, ci inculcò la passione per l’arte, facendoci capire che circondarsi di queste opere è un modo per condividere il bello con tutti. Abbiamo l’abitudine di destinare una parte degli utili dell’azienda all’arte.
G. Su che cosa puntate di solito?
A.d.M. Non ci poniamo limiti, ma amiamo molto i napoletani, come Lello Esposito, il pittore dei pulcinella, Mimmo Paladino, che è campano di Paduli (Benevento, ndr).
G. Lei è anche presidente di Pitti Immagine. Che cosa si aspetta per il nuovo anno?
A.d.M. Siamo tutti consapevoli che il momento è delicato a livello geopolitico. Ma la moda ha sempre saputo reagire nei momenti difficili e così sarà anche stavolta. Certo dobbiamo tenere conto che non siamo più così globali e questo incide molto sull’andamento del business. La chiusura del mercato russo due anni fa, per la guerra con l’Ucraina, e la progressiva auto-chiusura della Cina stanno modificando le regole.

A.d.M. Agli Stati Uniti, dove cresciamo del 30% rispetto all’anno scorso. Guardiamo con attenzione a Europa, Giappone e Middle East. È quasi una fortuna essere stati in Cina sempre sotto il 10% del nostro fatturato, perché ora non risentiamo tanto della contrazione. Le crisi si superano innovando, facendo ricerca, trasformando le proprie aziende.
G. Che cosa ne dice dell’impennata dei prezzi?
A.d.M. Negli ultimi tre anni abbiamo subito un aumento del costo del denaro, dei prezzi delle materie prime, dell’energia e dei trasporti. Questi aumenti sono stati scaricati nei prezzi, se non si vuole diminuire la qualità è così. Certo non bisogna abusarne, ma qualità nella moda, soprattutto maschile, significa durata nel tempo e, di riflesso, sostenibilità.
G. Le fiere funzionano in controtendenza...
A.d.M. È così anche per Pitti, che è l’unica fiera maschile d’interesse internazionale: nei momenti difficili i visitatori aumentano. Pitti ha sempre guardato al futuro, e parlo sia da espositore di lunga data, sia da presidente, ed è importantissima perché si ha il tempo per confrontarsi.
G. Lei gira per i padiglioni?
A.d.M. Fondamentale: è l’unico momento del nostro settore in cui si possono vedere 800 aziende con 800 idee e un fatturato da due milioni a un miliardo di euro. Da espositore non immaginavo quel che c’è dietro, il team di Pitti fa un lavoro egregio e molto complesso.
G. A proposito di viaggi, il suo luogo preferito?
A.d.M. Sono fortunato perché sono nato a Napoli. E ancora più fortunato perché, quando viaggio, ho il piacere d’incontrare bella gente, persone perbene (definizione cui tengo molto). Questo ti fa sentire a casa in tutto il mondo.
(Riproduzione riservata).
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