La fondazione di un giornale indipendente va sempre ricordata come un evento importante per il pluralismo dell’informazione, che è il sale della democrazia. Poi, quando si tratta di un giornale che racconta fatti economici e finanziari, il fatto che l’editore faccia solo quel mestiere contribuisce a rafforzare il gioco della concorrenza e le regole del mercato.
Per una significativa coincidenza il 1989, anno di fondazione di MF-Milano Finanza di cui celebriamo il 35° anniversario, fu un anno decisivo per la concorrenza e le sue regole nel nostro Paese. La commissione Industria del Senato varò un progetto di legge bipartisan relativo all’introduzione in Italia di una legge antitrust. Le forze politiche di maggioranza e opposizione decisero di fondere due disegni di legge che viaggiavano da tempo paralleli in Parlamento.
Il primo era dell’allora ministro dell’Industria Adolfo Battaglia, prodotto dei lavori della commissione per lo studio dei problemi della concorrenza presieduta dall’economista Franco Romani. La commissione Romani era stata originariamente nominata dal precedente ministro dell’Industria Valerio Zanone e confermata da Battaglia. Romani chiamò a farne parte le migliori menti giuridiche ed economiche di quegli anni: tra gli altri Giorgio Bernini, Sabino Cassese, Ariberto Mignoli, Berardino Libonati, Gustavo Ghidini, Tommaso Padoa Schioppa, Mario Monti, Enzo Pontarollo e Alberto Pera.
Il secondo disegno di legge antitrust era a firma di Guido Rossi, grande esperto accademico di diritto societario ed ex presidente Consob, allora senatore del gruppo di opposizione della Sinistra Indipendente.
Nel disegno di legge Battaglia era evidente l’impronta liberale della commissione Romani e l’intenzione di deregolamentare e allargare il più possibile l’area di mercato sottoposta a concorrenza nella prospettiva di una drastica riduzione dell’intervento dello Stato nell’economia. Da questa impostazione derivava l’istituzione di un’autorità indipendente preposta all’amministrazione della legge, largamente ispirata alla normativa comunitaria e non si prevedeva un controllo delle concentrazioni, lasciato alla Commissione.
Il disegno di legge Rossi lasciava trasparire un’impostazione più dirigistica, in cui le ragioni della concorrenza potevano essere messe in discussione da questioni di opportunità politica, sotto la regia del Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica), che avrebbe nominato l’agenzia Antitrust, potendola però anche revocare. Era previsto il controllo delle concentrazioni. E proprio l’inserimento nella legge del controllo delle concentrazioni costituì la base del compromesso che portò, alla fine del 1989, alla definizione di un unico progetto di legge per la concorrenza.
Nell’ottobre dell’anno dopo, a prova della solidità delle intese parlamentari raggiunte sulla natura e la portata della nuova normativa antitrust, il Parlamento votò all’unanimità la legge 287/90, istituendo l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Come affermò Giuliano Amato, «la legge antitrust italiana fu un caso di una norma volta a cambiare la cultura di un Paese più che a registrarne i mutamenti avvenuti».
Il 7 novembre 1990 gli allora presidenti di Camera e Senato Nilde Iotti e Giovanni Spadolini nominarono il primo Collegio. Francesco Saja, il presidente, era un grande magistrato che da poco aveva lasciato il vertice della Corte Costituzionale; gli altri componenti, di estrazione accademica, erano Luciano Cafagna (storico socialista), Fabio Gobbo (economista cattolico allievo di Beniamino Andreatta), Franco Romani (economista e intellettuale liberale che aveva presieduto la commissione governativa per lo studio dei problemi della concorrenza) e Giacinto Militello (sindacalista e dirigente comunista). Sono tutti scomparsi ma la loro impronta è indelebile, insieme con quella dei presidenti che si sono succeduti in questi trent’anni: Giuliano Amato, Giuseppe Tesauro, Antonio Catricalà, Giovanni Pitruzzella e Roberto Rustichelli, attualmente in carica.
Tutti hanno contribuito ad affermare nel Paese la cultura e la pratica della concorrenza a tutela del mercato, delle imprese e dei consumatori, grazie anche al presidio di una struttura di grande qualità, che rappresenta una delle eccellenze dell’amministrazione pubblica.
Tale missione non è stata e non è semplice in un Paese di antica tradizione politica e culturale statalista e in cui, come diceva Luigi Einaudi, spesso era lo Stato a favorire la nascita di monopoli. Ma bisogna riconoscere che il dibattito politico e parlamentare che diede vita all’Antitrust italiano fu un esempio di come la politica può e deve trovare una sintesi, alta e bipartisan, su questioni rilevanti per il bene di una comunità. La legge fu approvata, come detto, all’unanimità e ancorata ai principi del Trattato di Roma, la carta costituzionale della Comunità Europea che in modo lungimirante aveva regolato la concorrenza in Europa.
E l’attività dell’autorità ha molto contribuito alla modernizzazione e alla liberalizzazione del Paese, operando per creare e mantenere contesti competitivi per le imprese, per le professioni e per i servizi, condizione necessaria per l’innovazione e lo sviluppo economico e, in definitiva, per il benessere dei consumatori.
C’è ancora molto da fare, ma tutto ciò ha prodotto effetti positivi sulla struttura concorrenziale del sistema Italia, storicamente riluttante al confronto competitivo sia all’interno che sul versante internazionale. E un sistema Paese progressivamente più competitivo è un fattore cruciale per assicurare sviluppo, occupazione e prosperità per le generazioni che seguiranno. (riproduzione riservata)
*segretario generale dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato